Archivio | aprile, 2012

Navigli al sentore di basilico: Milano, Trattoria della Gloria

29 Apr

 

Nel bel mezzo della panoplia delle trattorie radical chic meneghine, ce n’è una che inganna. Inganna dal momento che l’ostensione di tovaglie a quadretti nei locali milanesi è ormai una radicata dichiarazione d’intenti, spesso bellicosi: “venite da noi per respirare l’atmosfera degli anni 60, ma siate pronti a pagare non solo la cena ma anche l’ambiente…”
La Trattoria della Gloria, defilata dalla talvolta fastidiosa vitalità dei Navigli, propone una cucina mediterranea con spunti lombardi, in un ambiente caloroso che potrebbe indurre il viandante al tranello ma che invece esprime una piacevolissima sincerità, sia negli intenti che nella cucina.

Pochi tavoli, ambiente con spunti vintage, il titolare Carmine che esibisce tatuaggi e cordialità in egual misura, menù minimale che semplifica la scelta e non induce in tentazioni eterodosse: un ristorante che mette a proprio agio e che indubbiamente spicca tra il dedalo dell’insipienza gastronomica a caro prezzo che decora i canali milanesi.

Ma ovviamente il merito principale è della chef, Gloria, e della sua cucina, che andiamo tosto a presentare.

Antipasti: da provare tutti e insieme. Burrata, alici, meravigliose pizzottelle fritte, polpettine di ricotta, prosciutto toscano… Da condividere per scaldare l’ambiente, magari accompagnati da una falanghina o un bel greco.

Primi: Paccheri al pomodoro e ricotta; assolutamente interessanti nella loro pura semplicità. Ottimi ingredienti freschi e preparazione espressa per la Regina delle paste. Buona come fatta a casa. Se avete uno chef a casa.

Linguine al Pesto di Cetara con Colatura di Alici: altro piatto dal volto semplice che riesce a stupire per il suo gusto e che ci fa un po’ redimere per tutte le volte che abbiamo preferito nomi altisonanti a piatti onesti e ricchi di significato

Secondi: Ossobuco di Vitello con purè. Buono, assolutamente buono, forse un po’ fuori contesto rispetto alla spiccata vocazione meridionale di antipasti e primi

Idem per quanto riguarda la Cotoletta alla Milanese. Non la migliore della città, ma è altrettanto vero che non provoca ripensamenti o pentimenti vari.

Dolci: Tiramisù o panna cotta o crostate. Fate voi. Tutti buoni, specialmente accompagnati da un bicchiere (ma anche due) di finocchietto o mirto che Carmine offre sempre a fine pasto.

Difficile abbattere la soglia dei 35 euro. Provatelo ma non parlatene troppo in giro, dal momento che le buone novelle si diffondono in fretta ed è ormai necessario prenotare con svariati giorni d’anticipo…

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La leggenda degli Gnocchi Straordinari. Settignano: la Sosta del Rossellino.

21 Apr

Quest’oggi sono francamente tentato di iniziarvi ad un miracolo. Un miracolo che Jules Winnfield troverebbe ancor più sbalorditivo della trasformazione della Coca in Pepsi. Sto parlando degli gnocchi più buoni del mondo.
Liberi di non crederci e di bofonchiare “see figurati quelli di mia nonna son molto più…”, ma se avrete l’ardire di recarvi fino a Settignano, sulle colline che incoronano Firenze, dovrete riconoscere che in me alberga il Vero e sarete testimoni di un’esperienza mistica, che eleverà il vostro palato a nuovi livelli di Conoscenza.

Era una sera di marzo piovosa quando io e Sancho Polenta ci imbattemmo, a Settignano, appunto, nella Sosta del Rossellino: enoteca e osteria ricavata in un’antica casa in collina, dal cui terrazzo si può godere, alla sera, di tutta la piana fiorentina illuminata. E già questo varrebbe una gita.

Camino acceso, ambiente familiare, dove sedersi circondati da pregiate bottiglie di chianti, fiaschi e mobili antichi.

Il titolare, Damiano Miniera, per sua stessa ammissione uomo di-vino e di cucina, esprime una cordialità talmente avvolgente da risultare quasi soffocante: un vero studioso di enogastronomia che “deve” coinvolgerti nella sua eterna recherche della perfezione gastronomica.

Gnocchi, dicevamo. Ma prima panzanelle siciliane (che rivelano l’origine della famiglia Miniera), una caponatina di melanzane quasi emozionante, ottimi salumi toscani (che io considero troppo speziati, ma son gusti) e poi delle magnifiche, e sottolineo magnifiche Tagliatelle al Sauternes.

Questi piatti, uniti alla convivialità dell’ambiente e allo splendore del panorama (di cui nei secoli si invaghì tanto il Boccaccio quanto il Rapagnetta, per gli amici D’Annunzio, che qui acquistò la famosa Villa della Capponcina) sarebbero sufficienti per appagare anche il più rigoroso censore.

Ma qui arriva il bello. Il sig Miniera da decenni studia la ricetta degli gnocchi perfetti, che vengono serviti con castelmagno e tartufo. Niente farina: a seconda della stagione vengono utilizzate patate molto stagionate (più ricche di amido), che, fatte bollire meno del dovuto, mantengono quella “collosità” che permette di confezionare gnocchi di sole patate e nient’altro. Detta così sembra facile, vi assicuro che è una ricetta che sfida le basilari leggi della chimica e della fisica.

Gli gnocchi senza farina, oltre ad avere un gusto mai provato prima, sono anche altamente digeribili, e infatti dopo due ore, nonostante ne avessimo scofanato una greppia, io e Sancho eravamo nuovamente affamati…

Andateci: mangiate gli gnocchi e sentitevi partecipi di una piccola opera d’arte.

Il prezzo? 30 euro circa compresi vini.

http://www.rossellino.com

Parma. Alla ricerca dell’anolino perfetto: l’Osteria del Gesso

20 Apr

Lo so, nel titolo c’è già una contraddizione di fondo. Discutere sull’anolino perfetto è come discutere della natura del Cristo e cercare di quantificare in che percentuale fosse divino e in quale fosse umano… Insomma difficile trovare una risposta univoca e scientificamente comprovata.

Per cui accontentiamoci di indagare empiricamente per  indicarne alcuni dei migliori, una sorta di Oligarchia del Cappelletto che possa governare sovrana e imporre lezioni di gusto ai tanti mediocri che trascinano verso il fondo l’altissima reputazione della cucina parmigiana.

Numero 1: Osteria del Gesso a Parma.

Date le spalle alla statua di Garibaldi che campeggia in piazza, attraversatela, percorrete via Farini per circa 100 metri e girate alla terza viuzza a sinistra: via Maestri.
Da qui poche decine di metri ancora e sulla destra troverete l’Osteria del Gesso, uno dei pochissimi locali (e qui so che aprirò un dibattito notevole) del centro di Parma dove tuttora si mangia veramente bene la cucina parmigiana (e non solo). Penso che in molti possano concordare che buona parte dei locali storici si sia ampiamente svenduta al piattume gastronomico e alla banalità più esasperante, per paura che le ricette di un tempo scontentino i fini palati del popolo dell’happy hour, senza peraltro dimenticare di alzare i prezzi.
Detto ciò: salumi. Imprescindibili e immancabili. Eccellenti. La ricerca viene fatta solo da piccoli produttori del parmense: il salame come il culatello o il prosciutto sono sempre caratterizzati da stagionatura perfetta e da quell’armonia di sapori che contraddistingue i veri salumi del territorio, mai troppo salati ne speziati ne freschi.

Altrimenti tra gli antipasti abbiamo altre interessanti proposte che esulano dalla tradizione, ma che per questo non son certo da sottovalutare, come la Mousse di parmigiano in nuvola di pere e salsa al Porto rosso  (molto delicata) o il Fois-gras d’oca in terrina con crostino di pan brioches e composta di frutta che ha assolutamente un suo perché.

Ma veniamo al dunque, perché tutte le volte che entro al Gesso per 5 minuti sono sempre costretto a fare violenza su me stesso: bis di tortelli o cappelletti in brodo? Che sarebbe un po’ come chiedere a un padre di scegliere il migliore tra i suoi due figli o a un calciatore se vuole la velina bionda o la mora…

In generale tutti i primi sono ottimi e non è il caso di elencarli in questa sede dal momento che cambiano piuttosto spesso; ma la raffinata eccellenza del cappelletto spesso mi va a scalzare (specialmente in stagione invernale) la materica piacevolezza dei tortelli. Se questi ultimi sono ottimi ma hanno concorrenti illustri, vedi il già celebrato Voltone, sul cappelletto è doveroso riconoscere una maestria rara e antica.

Unico difetto: spesso una porzione non è sufficiente ad appagare gli stomaci robusti del sottoscritto e dei suoi affezionati…

Sui secondi sbizzarritevi pure: straccetti di cavallo, sella di maialino al forno, una tagliata veramente notevole… non c’è nulla che possa lasciare perplessi mentre parecchi piatti vi lasceranno soddisfatti.

Raramente posso permettermi di buttarmi anche su un dessert senza rischiare il ricovero, ma anche in questo settore non rimarrete delusi, sia che ordiniate una semplice sbrisolona o uno degli squisiti dolci al cucchiaio.

La cantina è assolutamente ricca di proposte di livello, come anche di vini del territorio qualitativamente buoni (come il lambrusco Torcularia o il Nebbia e Sabbia) ma e che possono contribuire a mantenere il conto su cifre entro i 40 euro. Ovviamente se ci si lascia tentare da vini importanti, come da una degli ottimi cognac o grappe barricate che occhieggiano dal mobile bar, il conto è destinato a salire.

Per il resto, l’indispensabile: due salette, di cui una a volta nel seminterrato, servizio cordiale a conduzione familiare, ambiente carino. Se andate durante il week end meglio prenotare.

Ho deciso, questa sera anolini.

www.osteriadelgesso.it

E finalmente l’Aurea Parma coi suoi tortelli d’erbetta… Trattoria Al Voltone

15 Apr

Una buona parte delle domeniche primaverili della mia infanzia emerge con il suo rotondo profumo di burro fuso e parmigiano che si univano in un amplesso aromatico volto a completare ed esaltare uno dei massimi sistemi gastronomici della mia terra natale: il tortello d’erbetta.

Ricotta, bietole lesse, uova e pasta sfoglia fatta in casa. Niente di trascendentale, ma quante varianti, quante discussioni tra “rezdore” (equivalente di massaie, dal latino “regitorem”)! Sfoglia più o meno ruvida, spessa o sottile, noce moscata quanta, ricotta di che qualità, quanto ripieno… Insomma, nel paese del campanilismo, dove ogni 5 km la ricetta cambia, parlare di tortelli rischia di provocare più polemiche dai tempi dell’esclusione di Baggio dalla nazionale.

Ma da qualche parte bisogna pur iniziare e ho deciso di partire dalla “bassa”, che per me nato sulla pedemontana, ha sempre mantenuto un fascino esotico e grottesco, coi suoi argini piopputi, le nutrie e le depressioni nebbiose da cui spunta talvolta un campanile disperso.

Soragna. Paesino simbolo per il culatello, a pochi chilometri da Zibello, il borgo abbraccia la sua rocca, tutt’ora abitata dal Principe Meli Lupi. Proprio lì di fronte, in via della Repubblica, c’è la Trattoria Al Voltone: mezzo bar di paese, mezza osteria. Due tavolini fuori sui ciottoli della via silenziosa, dieci metri dopo l’arco; dove finisce il paese e iniziano gli alberi.

Interno, diciamolo pure, bruttino: stessi mobili da 40 anni, foto ingiallite alle pareti, tavoli apparecchiati come a casa (casa senza pretese). Ma se mi permettete un paragone automobilistico, il Voltone è come un vecchio Defender: ciò che non c’è non si rompe e inoltre fa sempre il suo dovere.

Consigliabile partire con i salumi misti con torta fritta (telefonate prima, non la fanno tutti i giorni): tutti buoni, dal salame, al culatello, lo strolghino senza dimenticare la spalla.
Primi: molto buono il Savarin di riso (anche se non sale di prepotenza sul podio dei 3 migliori savarin della mia carriera di pantagruele… ma è tra i primi 5)

buoni i cappelletti ma eccezionali i tortelli d’erbetta: sfoglia ruvida e spessa quel tanto da resistere per un attimo ai denti, prima di rivelare un ripieno assolutamente ben bilanciato, matrimonio perfetto tra ricotta, erbette e parmigiano, il tutto cullato dal burro fuso (altro che i lindor…)

Inutile andare avanti, dopo provate pure la punta al forno, o il coniglio, ma il più è fatto. Tornerete a mangiare i tortelli.

Detto questo è doveroso citare anche la cortesia dei gestori e anche l’assoluta onestà del conto. Difficile superare i 30 euro. Per quanto riguarda i vini mi son sempre concentrato sul lambrusco del territorio, che nella bassa è particolarmente gradevole.

Per chiudere una fetta di sbrisolona e magari un bicchiere (quando c’è) di “Sburlò” l’ormai introvabile liquore di mele cotogne, così chiamato perchè ti da una leggera spinta…

Sono le 13.00, pax vobiscum

Lazio: non solo porchetta… Da Sora Maria e Arcangelo

13 Apr

Per tutti coloro che vivono a Roma e si sono stufati del solito giro del weekend a Campo dè Fiori o Trastevere, il Lazio offre decine e decine di suggestive destinazioni a partire dalla Tuscia per finire a Gaeta e che non siano obbligatoriamente gli esausti poli della domenica da porchetta. Ci siamo spinti al di fuori del Pomerium e, oltrepassata Valmontone, ci siamo inerpicati a Olevano Romano a ridosso dei Monti Simbruini importante centro già in epoca romana e dalla cui fortezza un ramo della famiglia Colonna ha spadroneggiato nelle valli circostanti.

Nella via principale sotto il borgo mediovale, ovviamente via Roma…, abbiamo trovato Sora Maria e Arcangelo. Il ristorante si sviluppa su due piani nei quali si trovano numerose stanzette tutte piuttosto semplici ma molto curate da occhio attento al decor rustico.

Come piccolo benvenuto ci sono state servite dal cameriere (gentilissimo e con un look da galante di balera emiliana fine anni ‘70) delle polpettine pastellate di ricotta fritta in cartoccio, per coadiuvare la scelta del nostro destino culinario. Dal momento che non si era deciso di fare 80 km semplicemente per vellicare il palato abbiamo senza indugio ordinato per intero il menù di primavera accompagnato da una bottiglia di Le Vignole di Colle Picchioni e da presentazioni un pò scolastiche ma ben studiate.

ANTIPASTI

Polpette fritte di baccalà con salsa tzatziki – un ottimo connubio tra la delicatezza del pesce e la punta fresca e acidula della salsa, da provare.

Terrina di testina di vitello arrotolata con la sua lingua salmistrata in salsa verde, patate al vapore e puntarelle al pesto di acciughe – alle spalle di questo nome magniloquente si cela un antipasto semplice dal gusto deciso e dagli accostamenti assolutamente azzeccati.

PRIMI

Cannelloni della Sora Maria ripieni al pasticcio di vitellone, gratinati al pomodoro casalino e mozzarella dell’Agro Pontino – non si trovano quasi mai cannelloni al ristorante per il semplice motivo che sono un piatto lungo e un pò demodè e la proposta andava comunque premiata. Il ripieno è stato assolutamente promosso, sia per la consistenza che per la delicatezza del ragù; la pasta sfoglia sarebbe anche stata ottima se non, forse per disattenzione, era stata fatta gratinare troppo a lungo in forno tanto da risultare a dir poco croccante. Comunque un ottimo piatto.

Tonnarelli cacio e pepe con cruditè di piselli e asparagi – buoni e originali ma il contrasto tra la cremosità del condimento e la fresca croccantezza delle cruditè può risultare alquanto ardito. Proprio quel pizzico di creatività può essere il suo lato debole.

SECONDI

Involtino di vitella ripieno al prosciutto di Bassiano, carciofi e mozzarella dell’agro Pontino, cremolato al fiocco della Tuscia – come i cannelloni, anche l’involtino è diventato un po’ demodè ma pur facendo parte della tradizione l’unione degli ingredienti di questa ricetta gli ha dato un gusto rinnovato e molto piacevole.

Stracotto di cinghiale con polenta – TRY IT OR DIE!!! Se gli altri piatti erano tutti ottimi ma che non sconfinavano nell’Eccezione questo incarnava sicuramente l’aura dell’eccellenza gastronomica, un piatto che vale il viaggio.

DOLCI

Parfait ghiacciato ai canditi artigianali e pistacchio di Bronte in crosta di cioccolato Valrhona Guanaja e biscotto bretone – una fine delizia ben anticipata dal titolo ricco di gusto e  ampiamente descrittivo.

Qualcuno potrebbe obiettare che 37 euro a testa a Olevano Romano (altrimenti detto “paesino a un’ora dalla Capitale”) siano un pò troppi ma a nostro parere quattro portate assolutamente soddisfacenti, un ambiente curato e un servizio gradevole sia invece un prezzo adeguato. Anche perché non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che il Colle Picchioni non sia un semplice bianco del Lazio ma un vino IGT che già sul sito del produttore viene venduto a 9 euro a bottiglia (che diventano 20 nella carta dei vini del ristorante).

Cappelletti o anolini, ma NON tortellini!

7 Apr

Domani sarà Pasqua e a Parma, mia amata terra natale, l’Anolino in brodo sarà incontrastato protagonista delle nostre ubertose tavole.
Mi permetto questa divagazione dalle consuete recensioni perché sono arcistufo della crassa e testarda ignoranza con cui i non emiliani continuano a bollare tutte le paste ripiene come “tortellini” e, nonostante le mie cordiali proteste, insistono, quando vengono qui in visita, a coprirsi di ridicolo nelle trattorie in cui li porto chiedendo i “tortellini”. E siccome non vi verrebbe mai in mente di chiamare le orecchiette “conchette” o i canederli “polpette di pane”, vi prego di fare questo mostruoso sforzo mnemonico e di ricordarvi la parola cappelletto, perchè citando quel paraculo di Nanni Moretti “le parole sono importanti!!”

Non starò poi qui insistere anche sulla differenza tra anolino (ripieno senza carne) e cappelletto (ripieno con carne) e delle epiche lotte tra i sostenitori dell’uno o dell’altro (Montecchi e  Capuleti erano poveri dilettanti al paragone)…
Di seguito la ricetta e immagine esplicativa degli anolini: la preparazione richiede due giorni di lavoro, per cui anche quelli di voi che non distinguono la differenza tra un cordon bleu aia e un filetto di manzetta prussiana, abbiano la decenza di levarsi il cappello o di abbandonare questo blog. Buona Pasqua!

Dosi per la sfoglia:

300 g di farina 00
3 uova
1 cucchiaio scarso di olio di oliva
sale

Ingredienti del ripieno:

il sugo dello stracotto
150 g di pane non condito grattugiato
120 g di parmigiano-reggiano grattugiato
1 uovo
Noce moscata

Ingredienti dello stracotto:

500 g di polpa di manzo legata (scamone o fesone di spalla)
1 cipolla
1 piccola costa di sedano
1 carota
3 chiodi di garofano
1 litro di brodo
1 spicchio di aglio
3 cucchiai di olio extravergine di oliva
1/4 di litro di vino rosso
20 g di concentrato di pomodoro
pepe bianco

Preparazione dello stracotto:

Primo giorno.

Tritate insieme il sedano, la carota, la cipolla e l’aglio.
Mettete la carne a rosolare a fuoco lento dentro a un tegame di coccio con l’olio. Quando la carne comincia a rosolarsi, salatela, pepatela e aggiungete il trito di verdure.
Finite di rosolare la carne assieme alle verdure e quando necessario bagnare coprite la carne con il brodo. A questo punto collocate sotto al tegame un disco spargifiamma di ghisa e cominciate la lenta cottura a fuoco bassissimo. Sul tegame andrebbe collocato un coperchio concavo rovesciato di coccio non smaltato. Purtroppo introvabile, ma molti se lo fanno realizzare da un ceramista. Può essere sostituito da piatto fondo crepato. Riempite il coperchio rovesciato o il piatto fondo crepato con vino rosso giovane che rimboccherete con altro vino man mano mano che una parte evapora e un’altra cola lentamente nello stufato tramite la porosità del coccio o la crepa del piatto dilatata dal calore.
Dopo circa 4 ore aggiungete il concentrato di pomodoro disciolto in un po’ di brodo e fate cuocere sempre a fuoco bassissimo per altre 4 ore. Lasciate raffreddare lo stracotto e tenetelo in frigo per tutta la notte.

Secondo giorno

Continuate la cottura con le medesime modalità aggiungendo il brodo necessario e continuando a rimboccare il vino nel piatto. Il fuoco deve essere sempre bassissimo, tanto che il sugo non deve neppure sobbollire.
Completata la cottura, dopo almeno 16 e fino a 24 ore complessive, mettete la carne, che sarà completamente disfatta, dentro a un colino e premetela bene con un cucchiaio per recuperare tutto il sugo che da solo, senza la carne che verrà scartata, entrerà nella composizione del ripieno.
Scaldate il sugo e quando bollente unitelo al pane grattugiato lasciando che venga completamente assorbito.
Quindi aggiungete il parmigiano grattugiato e l’uovo, mescolate bene e fate riposare l’impasto mentre preparate la pasta.

Confezione degli anolini:

Fate una sfoglia molto sottile. Tagliatela a strisce lunghe quanto la sfoglia e larghe 8 cm. Collocate le nocciole di ripieno verso uno degli orli e distanziate tra loro di 4 cm.
Ribaltate la parte libera della sfoglia sul ripieno. Premete bene attorno alle nocciole per fare uscire l’aria e poi ricavate gli anolini con l’apposito stampo.
Man mano che li fate, sistemate gli anolini su un tovagliolo infarinato in attesa della cottura.

E il famoso aperitivo milanese? God Save The Food…

6 Apr

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Via Tortona metaforico ombelico di Venere della Milano del Salone del Mobile, anelito del più per una settimana all’anno, appendice interessante dei navigli per le altre 51.

Delocalizzarsi per resistere alla moda senza perdere il contatto: questo il motto di God Save the Food, ristorante atipico e locale archetipo della Milano cosmopolita che fa l’occhiolino al minimalismo, alla Milano da Bere dei bei tempi, alla cucina fusion e a se stessa in maniera piacevolmente autoreferenziale.
Spazi grandissimi, dominati dal bianco, non ospedaliero, bensì quasi curiale, God Save The Food, Dio salvi il cibo appunto, elemento su cui scherzare, si, ma con discrezione, tanto è fondamentale.

Cucina continuativa per una Milano che non vuole fermarsi. Fino alle 21.00, quando si beve l’ultimo “sbagliato” per poi andare altrove.

L’aperitivo che i non milanesi si immaginano e sperano: si beve bene, dall’americano ai centrifugati di frutta fresca che occhieggia dal bancone. Gli stuzzichini vengono serviti al tavolo, c’è tanto spazio ed è bene utilizzarlo, per evitare la transumanza degli ingordi che spesso si ammassano a lottare per una fetta di pizza. Niente patatine ma cibo vero: mini porzioni di pasta, polpettine, tramezzini al salmone, focacce farcite che invitano a rimanere un altro po’ a parlare con gli amici e bere un’altra birra. Selezione di birre peraltro oculata: non è un pub, se volete una guinness andate al’irish.

Da provare per un pranzo con i colleghi o per un brunch del fine settimana: pancakes, hamburger, french toast o club sandwich, la 5th Avenue è proprio dietro l’angolo.

God Save the Food è anche consegna a domicilio, “delivery” non sia mai, e anche dispensa. Cioè?

Andate a scoprirlo.

www.godsavethefood.it

Cinema e cucina, parte prima: Il Re della mezza… ora ristorante In Roma, via dei fienili…

6 Apr

 

“C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, 1974. Con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, il grande Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli e l’immenso Aldo Fabrizi…

A breve vi diremo dove mangiare un vero (e ormai introvabile) bollito alla picchiapò

Ristoranti Firenze: l’Osteria Santo Spirito

5 Apr

osteria-santo-spirito-firenze

 

Sciacquiamo i panni in Arno prima di tornare al contest “Roma VS Milano”. Firenze è una città superdotata non solo a livello artistico ma anche a livello culinario (si vabbeh, bella scoperta…). Il problema è che decenni di turismo invasivo e massificato hanno, forse ancor più che a Roma (e quindi siamo a livelli da guinness) imbarbarito e appiattito l’offerta gastronomica di una città che tradizionalmente offre ingredienti di base straordinari, in primis olio, pane, legumi e carni.

Purtroppo generazioni di ignavi, che Dante avrebbe senza dubbio gettato nel III girone, hanno snobbato la Pappa al Pomodoro, i crostini di fegato, la Fettunta e la Ribollita per concentrarsi su squallidi ibridi che hanno generato mostri a causa dei quali ogni visita a Firenze rischia di trasformarsi in un incubo palatale.

Poco tempo fa io e il mio fedele Sancho Panza Polenta siamo stati per due settimane a Firenze e abbiamo testato alcune piacevolissime e non scontate Verità.

La prima è l’Osteria Santo Spirito, che, strano a dirsi, è a50 metridalla Chiesa di Santo Spirito in Oltrarno.

L’Oltrarno non è solo Palazzo Pitti, ma anche vicoletti, bar duri e puri, cantine e osterie. L’Osteria Santo Spirito ti accoglie in un ambiente raccolto e piuttosto intimo.
Bancone all’ingresso e cucina a vista dove vediamo all’opera la giovane chef (che ripropone rigorosamente le ricette tradizionali di casa sua): pochi tavoli a pian terreno e un’altra manciata al piano superiore. Arredamento di gusto con slanci di carattere naive, luci non invasive: insomma un buon posto per festeggiare un’occasione a due o anche dove sedersi da soli a bere un chianti con un libro di fianco.

Ma passiamo alla cucina.

Sancho Panza Polenta, si lancia sognante su una Ribollita, la cui maiuscola deve far capire le sue qualità. L’ho assaggiata e vi invito a fare altrettanto.

Io, siccome eravamo a pranzo e volevo stare leggero, cautamente scelgo le salsiccine di cinghiale con pomodorini secchi e pecorino: tutti ottimi prodotti.

Per dare una “rotondità” al pomeriggio lavorativo ho poi optato per i “rigatoni Santo Spirito con salsa di pomodoro e ricotta salata”: la pasta al pomodoro è una delle ricette più facili da sbagliare. Qui non hanno sbagliato: rigatoni al dente, salsa molto concentrata, basilico profumatissimo e nevicata di ricotta. Porzione da carrettiere. Approvata con lode.

Giusto per assaggiarla abbiamo poi tentato la via di una tagliata con rucola (checcazzo siamo a Firenze…): carne tenerissima, al sangue (ovvio che se uno la chiede ben cotta potrebbe pagarne le conseguenze), succosa. Ottima, nulla da ridire e, per una volta tanto servita con coltelli degni di questo nome e non con arnesi più adatti per spalmare lo stucco sulle pareti.

Per chiudere e alzarci da tavola belli energici, abbiamo supplicato (finita la nostra boccia di Chianti Villa Mangiacane), un tortino caldo di cioccolata con salsa e fragole, una piccola chiccheria, quasi una perversione sessuale, accompagnata da due grappe barricate Tignanello.

Prezzo: non regalano (anche se antipasti e primi sono molto competitivi), ma rispetto alla media di Firenze , tutta la vita, specialmente per la qualità delle materie prime e la cura globale, dalla preparazione, alla presentazione fino al servizio. Comunque, carta canta, qui http://www.osteriasantospirito.it , trovate il menù con i prezzi.

Devo confessarvi che quel pomeriggio di marzo la mia produttività lavorativa fu leggermente in flessione rispetto alla media…

Milano 2: no, non il quartiere. U BARBA Osteria Genovese e Bocciofila

4 Apr

Quelli di voi che hanno letto il “temino” sulla “Madonnina”, ricorderanno forse una sottile vena polemica nei confronti dei ristoranti in stile “old fashioned”, dove spesso la forma eccelle ma la sostanza è carente. L’osteria genovese U Barba non è propriamente in questa categoria, ma esprime una certa dose di civettuola paraculaggine (che a molti piace).

U Barba trovasi sito in via Decembrino, traversa di via Tertulliano (si, dove c’è il Goganga…): ricavato nello spazio di una ex bocciofila,  di cui mantiene due campi in funzione con tanto di segnapunti e tettoia per i tifosi, l’osteria si presenta subito per quell’intrigante commistione di modernariato, memorabilia e uno stile casalingo con qualche pretesa. Insomma, siamo un osteria, ma siam pur sempre nella città della moda, tanto per intenderci.

Ingresso ampio con bancone e “tavolone in sharing”, traduzione: tavolo da 24 posti in cui puoi\devi sederti con altri commensali (una sera eravamo in 20 tra piloti di cross, mfx e giornalisti sportivi e abbiamo fatto fuggire 4 povere disperate…). Poi una saletta con 5 o 6 tavoli e infine uno spazio semiaperto con altri tavoli da cui si accede ai campi da gioco.

Marco e Paul, i due titolari affermano (fonte il sito http://www.ubarba.it) di aver creato un locale “dove proporre la cucina genovese, quella vera, quella di casa… un posto dove a noi sarebbe piaciuto andare”. Ci sono riusciti? Il locale è sicuramente ideale per cene in compagnia, dove ci si diverte e non si sta a spaccare il capello in 4 sul versante cibo.
Non si mangia male, giustamente si mangia come a casa (vedi citazione precedente): a casa mia però il bollito è più buono.

Comunque: dopo svariate incursioni con ospiti, dei quali nessuno si è mai lamentato, posso consigliare di:

ordinare gli antipasti misti: focaccia di Recco (quella al formaggio), acciughe ripiene fritte, frittelle di baccalà e tortini di verdure. Nello specifico nulla è eccezionale, però le porzioni sono generose e nel complesso il tutto risulta gustoso.

Pansoti alle noci: da buon emiliano sulle paste ripiene sono schizzinoso e queste non mi sembrano certo fatte in casa, ma comunque non sono male.

Coniglio alla ligure: buono

Bollito: lasciate stare.

Caponata alla ligure: interessante.

Vino: della casa. E non indaghiamo oltre.

Qualità prezzo: difficilmente abbiamo abbattuto il muro dei 30 euro e considerando (per l’ennesima volta…) che siamo a Milano, il posto è figo, ci son le bici appese alle pareti, le foto d’epoca e i bicchieri della Duralex che mia nonna ha buttato via 20 anni fa, va benissimo.

PS

U Barba in genovese vuol dire “lo zio”. Casomai ci andaste potrete fare i saccenti con i proprietari, farvi odiare per 5 minuti e giocarvi il mirto offerto dalla casa.

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