Archivio | Mag, 2012

L’ex anima Hindi di Trastevere: Roma, ristorante indiano Surya Mahal

29 Mag

E’ piacevole sapere che esistono sicurezze nelle eccezioni. Ognuno di noi è legato a luoghi, tra cui ristoranti, cui concede la propria fiducia e dove sa di potersi fidare incondizionatamente anche consigliando questi luoghi a conoscenti e persone care.
Dopo anni di assidua e piacevole frequentazione avevo aggiunto al novero dei miei evergreen anche il Surya Mahal di Roma. Un epocale cambiamento dei tempi per un tradizionalista incallito come me: una piccola roccaforte tandoori si era fatta spazio nel mio cuore emiliano, il pollo vindaloo aveva preso timidamente spazio al fianco dei tortelli d’erbetta, le mariole, i vescovi, gli stracotti con polenta e sua maestà il Culatello.

Purtroppo però la roccaforte è crollata. Il Surya Mahal non esiste più e sulle sue ceneri è sorto Sotto Sopra, focacceria e cucina che sfrutta al massimo i bellissimi spazi su due piani del fu tempio della cucina indiana a Roma.

Sulla pista di quei gusti mi sono poi imbattuto in Taste of India, che in qualche modo mi ha ripagato della perdita e che finora, dopo ripetute incursioni, non mi ha mai deluso.

Il Surya Mahal comunque la mia stima se l’era assolutamente meritata, inutile negarlo. Ma non mi resta che lasciare ai posteri le parole che seguono.

Roma Trastevere, piazza Trilussa. Nel centro della fabbrica serale capitolina, tra cocci, Converse, Baffodoro66cc, rutti, baci e venditori di rose, basta salire dieci gradini per inoltrarsi in un piccolo mondo educato e sommesso. Alla destra della secentesca Fontana dell’Acqua Paola, infatti, il ristorante indiano Surya Mahal si presenta, soprattutto durante la bella stagione, come un delicato piccolo giardino in cui sedere separati dalla bolgia da siepi discrete. L’interno è in stile indiano, ma senza eccessi, tanto da risultare rilassante e piacevole, merito del melting pot dei titolari. Lei indiana educata in UK, lui diplomatico scozzese permeato d’oriente.
La carta dei vini propone classici italiani, sia bianchi che rossi, di buone cantine: sui bianchi si va dal classico pecorino laziale, fino ai friulani o agli altoatesini aromatici (che per questa loro peculiarità alcuni amano associare alla speziata cucina indiana, io personalmente preferisco vini più secchi). I prezzi non sono popolari, ma accettabili.
Menù: vasto. Ci sono tutti i classici della cucina “indo-europea”, cioè tutti quei piatti che siamo abituati a trovare nei ristoranti indiani di mezza europa.
Per coloro che si accostano per la prima volta a questa cucina o che vogliono un approccio “morbido” al mondo del Surya Mahal consiglio di iniziare con un menù degustazione, vegetariano o carnivoro.
45 euro in due per il primo, 55, per il secondo. Dedichiamoci a quest’ultimo

Kheema Samosa : Fagottini di pasta ripieni di carne. Chi ha letto il post su Gourmindia potrebbe ricordare l’ottimo giudizio sui loro delicatissimi samosa ripieni di pollo. Questi sono più piccoli e altrettanto buoni, ma farciti con manzo tritato.
Aloo Kofta – Polpettine di patate fritte, croccanti e leggere, verrebbe voglia di ordinarne una ventina.
Vegetable Bhaji – Polpettina di verdure, sempre fritta, degna conclusione di questo trittico interessante.

Come accompagnamento i classici Papadoms, il pane sottilissimo e croccante che ricorda molto la carta da musica sarda, cui è difficile rinunciare, specialmente se intinto nella salsa allo yogurt e menta.
A seguire il gusto eccitante del Murgh Makhanwala, pollo a tocchetti immerso in una salsa alle spezie, il sapore deciso del Palak Gosht (agnello), accompagnati da riso, ottime melanzane piccanti (ma la ricetta originale sarà così o è un velato “omaggio” all’italicissima caponata?) e l’immancabile Naan il soffice pane indiano che scompiglia le più basilari regole del galateo occidentale e ti costringe a pericolose immersioni che immancabilmente riducono la tovaglia a una riproduzione in scala del campo di battaglia di Lipsia.

Come se ce ne fosse necessità piombano sul desco piccoli dolci di carote e riso. Buoni ma, opinione personale, assolutamente stucchevoli.

Evito sempre i vari liquori al cardamomo etc, li trovo artefatti totalmente inconciliabili al nostro concetto di “digestivo”.

40 euro a testa e poco da ridire, vista la qualità del servizio e la posizione, che è giù un plus notevole.
Un consiglio: se alloggiate in centro cercate di andarci a piedi, sicuramente vi aiuterà al ritorno…

Surya Mahal

Via di Ponte Sisto, 67 – P.zza Trilussa, 50
00153, Roma
Tel. +39 06 5894554

Chiusura al lunedì

Gli spaghetti al tonno di Albertone e il bollito alla Picchiapo’ di Manfredi: Roma, Trattoria Dar Maghetto

27 Mag

Dal Vangelo secondo Er Maghetto: “Giovinotti buongiorno: spaghetti alla matriciana o carbonara, bombolotti alla gricia, pappardella ar fungo porcino, arrosto de vitella che è ‘na crema, bollito alla picchiapò…”

Bollito alla picchiapò. Un sogno erotico inespresso che mi perseguitava dall’adolescenza. Gassman (nato Gassmann), Manfredi e Stefania Sandrelli in “C’eravamo tanto amati” che mangiano il bollito alla picchiapò dal Re della Mezza con l’appetito del dopoguerra e l’espressione già propria del boom economico.
Una delle più antiche ricette romanesche, una delle più veraci, una delle più irraggiungibili.
Non perché sia un piatto particolarmente complesso ne costoso: muscolo di manzo bollito per 3 ore, poi si passa in casseruola per circa un’oretta con un sugo bello tirato di pelati, cipolla steccata con  chiodi di garofano, pepe, mentuccia, maggiorana… Insomma una questione lunga, una dimostrazione d’amore. Che quando lo mangi la moglie del Mago ogni tanto sbircia dalla cucina strofinandosi le mani sul grembiule per scorgere un espressione d’assenso.
La Trattoria Dar Maghetto è nel cuore di San Lorenzo, via dei Reti 18: “Vini finissimi, cucina ottima”.
Scolpito sul marmo, all’ingresso. Zona di marmisti, del resto, il cimitero del Verano e suoi cipressi scuri sono a poche decine di metri.
Sulla questione vini ci sarebbe alquanto da discutere, ma sul cibo diamo al Mago ciò che è del Mago: Sordi veniva qui e chiedeva dei banalissimi spaghetti tonno e pomodoro fresco, Clorinne Clery ci veniva a mangiare il baccalà (fonte La Repubblica 05 giugno 1999), Franco Nero, purtroppo, continua a frequentarlo (fonte il sottoscritto, l’altro ieri).

Spaghetti alla matriciana: chiedi pasta corta e già il Mago (un incrocio tra Bilbo Baggins e Ferruccio Amendola) inizia a spazientirsi “Ma scusa, pija gli spaghetti fijo mio, scusa ma ‘a matriciana va ‘ntorcinata enno, eccheccazzo, scusa…!?”.
La matriciana. Carica, feroce: il sugo è denso, corposo, abbonda il guanciale croccante come pure il pecorino che sposa la pasta cotta alla perfezione.
Un piatto che sarebbe già un pranzo sostanzioso, ma ormai siamo qui e il nome Picchiapo’ echeggia non solo nelle mie corruttibili orecchie…
Il bollito è uno spettacolo: la tenerezza del manzo si armonizza ai pelati stracotti con la cipolla e abbondantemente pepati.  Inutile tentare di descrivere con poche parole ciò che viene proposto dopo decenni di esperienza.
Vino: rosso e cattivissimo. In alternativa bianco e pessimo.

20 o 22 euro a seconda dell’umore der Mago.
Se siete bevitori seriali, e in questo caso incoscienti (in tre commensali arditi del bicchiere non siamo riusciti, con impegno, a oltrepassare il litro di rosso…) potreste arrivare sui 25.
Prenotazione facoltativa, al venerdì baccalà. Concludo con una delle poesie del Mago:

Dar Maghetto ‘n via dei Reti
magni e bevi a tutte l’ore
co na spesa ar quanto poca
magni e bevi da signore
se te trovi senza grana
magni pe na settimana
ma se ‘n cacci a cagnotta
se ‘n gran fio de na mignotta

Pax Vobiscum…

Tra il Marchese del Grillo e Thomas Milian: Roma, Osteria della Suburra da Silvio

23 Mag

Tra il centro di Roma e il delta del Mekong nel ’69, parlando di ristoranti, ci sono ben poche differenze: alla sera, dietro ogni angolo, nascosto nell’oscurità, potrebbe esserci un cameriere con un menù plastificato in 4 lingue pronto a fotterti. Almeno i vietcong ti finivano con un colpo solo però…
A Monti, pochissimi passi dalle fauci della fermata metro Cavour, la storica Osteria della Suburra, da Silvio, si presenta come un quesito insolubile.
Menù bilingue (romanesco – inglese) chilometrico, con ben 22 primi in batteria. Camerieri con divisa classica pantalone nero camicia bianca (con medaglie, ovviamente) farfallino nero evvai. Tavolata d’antipasti misti che più classici non si può: verdure grigliate gratinate sottolii mozzarelline prosciutto  coppiette carciofi! La clientela è un miracolo che i sociologi dovrebbero studiare a fondo: si passa dalle tavolate di studenti, alle coppie, alle comitive di anziane americane col marsupio e i capelli metallizzati, fino agli ultras della lazio con aquile e fasci dipinte sui bicipiti. E tutti convivono pacificamente (tranne quando le “grannies” alzano la voce e gli ultras se ne vanno infastiditi e turbati)

L’arredamento è un classico cinematografico degli anni ‘60\’70. Da un momento all’altro ti aspetti che Bombolo esca dalla cucina e rovesci un piatto di carbonara sul riporto di qualche turista, oppure che Alvaro Vitali sgambetti un cameriere per poi produrre una delle sue epiche pernacchie spastiche.

Il vino della casa è “na roba brutta”. Bianco o rosso si rischia, oltre il quarto bicchiere, la cecità temporanea.

Quindi vi chiederete: “ma di che ostrega stai vaneggiando?”

Che vi devo dire: se vi trovate in zona e sapete scegliere i piatti giusti mangerete bene e spenderete sui 25 euro.
Se rimanete sulla classica gricia, o sulla matriciana o ancor meglio sulle ottime pappardelle (rigorosamente fatte in casa) broccoli e guanciale, per poi proseguire con un pollo alla romana o una coratella d’abbacchio o un abbacchio alla cacciatora, magari con due carciofi affianco, non avrete nulla da recriminare.
Se siete degli stolti temerari e avete intenzione di osare, potete lanciarvi sui tortellini cremolati o su qualche altra fantasia dello chef: io non l’ho mai fatto, ma una sera, osservando il volto cianotico di un koreano a fine pasto, mi convinsi di essere nel giusto.
L’osteria della suburra è un luogo gastronomico autoreferenziale, sempre uguale a se stesso (e per molti versi è un bene), in grado di soddisfare le pretese del turista in cerca di tipicità romanesche, sia di chi non abbia voglia di uscire dal centro per una cena discreta e non dispendiosa. Dimenticatevi estri culinari o “reinterpretazioni della cucina tradizionale dalle contaminazioni fusion”: avrebbero richiesto nuovi interni, un nuovo chef, camerieri alfabetizzati e un esorbitante aumento dei prezzi. Magari per mangiare peggio.
Qui ti siedi e attendi pacifico il tuo carnefice: “Buonasera dotto’, che je porto un bell’antipastino co’ du’ fettine de presciutto un carciofino e du’ coppiette? Poi de primo oggi c’avemo…”
Ah è gradita la prenotazione e, ovviamente, giovedì gnocchi.

www.osteriadellasuburra.com

Milano, enoteca That’s Wine: aperitivo mon amour

22 Mag

Non il Duomo, ne il Pirellone, ne tantomeno le vetrine di via Montenapoleone o i tamarri di corso Como rappresentano la “mia” Milano. Preferisco la timidezza della Rotonda della Besana, la purezza commercializzata di San Lorenzo e la bruttezza ostentata della Torre Velasca, che il Daily, inutilmente crudele, definì l’edificio più brutto del mondo, senza comprendere (volutamente a mio avviso) l’anima di quel grattacielo figlio degli anni ’50, che guardava all’America e faceva di Milano la New York d’Italia e di quella torre un Empire State Building e un faro per i tanti nuovi immigrati.
Al piano terra, in un angolino, quasi avesse paura di disturbare, That’s Wine. Enoteca e piccola cucina, ma principalmente ritrovo e luogo d’incontri. Il turista non ne sospetta nemmeno l’esistenza, il virtuoso dell’aperitivo non frequenta queste lande centralissime ma  deserte dopo le 20 e si sposta in Brera o sui Navigli o ancor meglio all’Isola.

Un ritrovo, dicevamo, un bar di paese senza briscola ne biliardo ma con ottimi vini e buon cibo: bere un negroni dopo l’ufficio e vedere qualche faccia conosciuta, entrare solo e uscire con nuovi amici, questo lo spirito di That’s Wine. Arredamento curato ma vissuto, un ambiente invecchiato, con stile, assieme ai clienti.
Inutile o quasi citare i nomi illustri di una cantina ampia e munita, che può farvi viaggiare attraverso le meraviglie della Franciacorta passando per il Veneto, la Champagne, l’Altoadige, senza dimenticare la Sicilia e, ovviamente sua maestà la Toscana.
E mentre si condivide il piacere del vino perché non assaporare una fetta di prosciutto o una mozzarella di bufala? Dopo tante serate passate ad osservare folle inebetite accalcarsi per un trancio di pizza o una badilata di trofie (rigorosamente fredde) al pesto, è rilassante sedersi e attendere di essere serviti al tavolo dai titolari, veri professionisti dell’enologia ma anche dello stare al mondo: cortesi, veloci e loquaci solo quando serve.
Sarà facile lasciarsi convincere a fermarsi a cena: niente cucina ma solo piatti pronti. Orrore!?
No, nemmeno per sogno. Tartare di manzo freschissime, salmone affumicato e insalata, burrate, roast beef e meravigliosi semifreddi acquistati in una vicina pasticceria: di necessità Virtù con la V ben in vista.
Se siete fortunati potrete anche capitare in una di quelle serate in qui uno degli abituali, dentista di fama e chef dilettante, scende con una pentola fumante di cassoeula o di risotto e sorridente si mette a scodellarla a chi gli si para davanti.
I prezzi? Onesti. Siamo a 5 minuti a piedi dal Duomo: qui si trova qualità a prezzi adeguati.
Ma tenete a mente un paio di consigli: come in tutti i “club” la vera convenienza  (quindi gli sconti…) è proporzionale all’assiduità della frequentazione.
Inoltre guardate il calendario di coppa dell’Inter prima di prenotare un’eventuale cena romantica. Non siete tifosi? Appunto, uomo avvisato…

Enoteca That's Wine

Qui non è Bollywood!? Ristorante Indiano Gourmindia, via Labicana Roma

21 Mag

Devo confessare una perversione: se mi trovo all’ingresso di un ristorante e sono colto da un fremito di eccitazione, devo entrare per forza. Significa che ormai quel locale mi possiede. Ma “Il Fremito” (si, anche l’articolo va virgolettato) non è totalmente positivo, è una commistione di attrazione e repulsione: il kitsch portato inconsapevolmente all’eccesso, fenicotteri rosa al neon, putti, cornucopie, capezzoli marmorei, arazzi, tappezzerie… Il fallimento degenerato del sogno americano, il tentativo di bello che si muta in grottesco, il brutto non voluto che vive di luce propria.
Roma, via Labicana. Al crepuscolo il Colosseo è lì, in fondo alla via, accasciato con vera indolenza romana, a ricordarti dove sei, nonostante di fronte al tuo naso un cartellone luminoso esploda di colori e reciti tossico: “GOURMINDIA RISTORANTE INDIANO”. Una freccia rossa, ipnotica,  punta verso un cortiletto; doveroso seguirla.
L’ingresso, tanto quanto il cortile, potrebbe ricordare i set di alcuni film sul disagio sociale nelle banlieu. Leggo il menù affisso in vetrina: il mio animale guida (che purtroppo ha la voce del topo del parma-reggio) mi intima “non farlo, non farlo, veh, sarai mica matto? Che poi domani ti alzi coi bruciori e magari prendi anche un virus intestinale! Pensa a tua nonna mentre fa la sfoglia, pensa ai brasati, ai cotechini fumanti, ai tortell…”
Incrocio lo sguardo del titolare, speranzoso ma fermo, dietro la vetrina, mezzogiorno di fuoco tandoori, guerra psicologica che mi trova immediatamente sconfitto.
Vengo fagocitato e non me ne accorgo nemmeno. Bollywood mi accoglie e circonda. Enormi spazi, stucchi, cartongesso, divinità crudeli e opulente: Lovecraft copula con Salgari e nessuno mi aveva detto nulla.
Ora se mi alzo e tiro una sedia contro una parete, il set crolla e vedo i macchinisti attoniti che si fumano una paglia.

Nessuno spazio per le indecisioni che già un’orda di famiglie indiane bercianti, prende d’assalto il ristorante.
Baffi, capelli olio cuore, sari variopinti, bambini rachitici ma ingombranti come caterpillar.
Samosa, Pakora, Cheese Nan, Murg Vindaloo, Pappadam, Murg Malai Tikka… “Presto” imploro la cameriera “si sbrighi cazzo, prima che l’Orda conquisti la cucina!”

Samosa: ottimi. All’interno dello scrigno di pasta, si celava non il classico ripieno trito di carne indefinita, ma tenero pollo a tocchetti con verdure.
Pakora: molto croccanti e dorati, segno di una frittura violenta ma sapiente (o fortuita) che non li ha comunque resi indigesti
Cheese Nan: graditissima sorpresa! Non una piadina col formaggino mio (Tandoor di Milano, poi facciamo i conti…), ma una focaccia calda lievemente aromatizzata al formaggio
Murg Vindaloo: molto carico. Pollo disossato, ben cotto a tocchetti immerso in salsa piccante Vindaloo. Non per tutti.
Murg Malai Tikka: tocchetti di pollo (si, ancora pollo) marinato nello yogurt e spezie, cotto nel forno di terracotta. Buono ma leggermente asciutto e stoppaccioso.
Gourmet Korma: verdure miste in salsa indefinibile. Bah, boh… Ricetta originale o tentativo di captatio benevolentiae nei confronti degli stomaci occidentali adusi all’insalata russa?

Tutto, ovviamente accompagnato da riso allo zafferano e innaffiato da italico pinot grigio.

45 euro in due che diventano 40, con tanto di ricevuta rilasciata su block notes.
“Accettate carte?” desta più preoccupazioni e sconcerto di “Mi presta sua moglie per stanotte?”. Il titolare, vero pappa del Punjab, mi accarezza la spalla e dice “Se non ha soldi, paga poi, tanto qui tutti amici”.
Sono corso a cercare un bancomat.  Non vedo l’ora di ritornarci.

www.gourmindiaroma.com

Fish and CHEAP! Roma, “Da Franco ar vicoletto”

20 Mag

Da anni ormai sorrido amaramente alle fatidiche storie di amici e conoscenti che millantano epiche gozzoviglie ittiche a prezzi da fast food.
Ti fissano con occhi sbarrati e annuendo con la furia del fanatico spergiurano “Vacci! Vacci! Si mangia il pesce da paura e abbiamo speso 20 euro a testa!”.
Leggende. Miti che proliferavano e si autoalimentavano passando di bocca in bocca: Gallipoli, Porec e Umag, il ristorante siciliano in Porta Romana a Milano, certe sordide pizzerie sconosciute in zone industriali del reggiano. Vacci vacci! Andai e fui sconfitto. Sempre o quasi sempre, tanto da iniziare a dubitare umanamente di quei terroristi gastronomici e a immaginarmeli mentre taroccavano il contachilometri della macchina usata o a rubare dalla cassetta per le offerte ai sordomuti.
Poi, l’epifania, la rivelazione che mi ha portato umilmente (o quasi) a riammettere nel novero degli esseri umani tanti di coloro che avevo etichettato come mentitori seriali.
Roma, quartiere San Lorenzo. O lo ami o lo odi e non mi metto certo a disquisire sul perché, dal momento che questo non è un blog sulle politiche sociali o sul valore artistico dei graffiti. A me piace, tanto non ci vivo.

Salgo timido i tre gradini, pronto a porgere le chiappe all’altare della truffa, da Franco ar Vicoletto, in via dei Falisci, a poche centinaia di metri da Termini.
Locale ai limiti del comprensibile, il sogno di ogni interior designer dinamitardo; epoche su epoche di arredamenti e oggetti dagli stili inconciliabili che si accumulano sotto le altissime volte a crociera intonacate di quello che poteva, forse essere un tempo un magazzino. Nature morte con pesci morti e frutta moribonda, fiaschi di vino, fascine di fieno, tendaggi pesanti giallorossi con fondo di nappine zafferano, sedie di vimini, tavoli di acciaio. Tutto insieme, ad amplificare il tintinnio dei bicchieri, il clamore della plebe e le urla veloci del melting pot dei camerieri in sala: maitre irlandese, cameriera 1 caraibica, cameriere 2 maghrebino,  personale in cucina sconosciuto.

Ma ora basta.

Vino: fetido, non andate oltre la mezza bottiglia a testa, nuoce gravemente alla salute.

Cibo: benissimo.
Menù alla carta (only for loosers)

Menù fissi: 4 tipologie, 4 prezzi

19 euro: tre antipasti, tre primi, vino, dessert caffè
23,50 euro: come sopra più un secondo
24 euro: come sopra più due secondi
28,50 euro: viste le carriolate di pesce che ti arrivano coi primi 3 menù non ho mai osato approfondire.

In ognuno dei suddetti vengono, più o meno proposte sempre queste pietanze:

Antipasti:
Soutè ESPRESSO: cozze vongole fasolari e cannolicchi con tanto di residui sabbiosi (che si dice siano segno di freschezza, no?)
Alici fritte: buone, croccanti e piuttosto leggere
Moscardini fritti: come sopra, croccanti e teneri (e il moscardino, si sa, è bastardo…)

Primi:

Lasagne di mare: interessanti, c’è di meglio, ma la pasta era bella ruvida e tratteneva piuttosto bene un sugo non povero
Fettuccine ai frutti di mare: più scontate ma forse migliori delle lasagne.
Pasta e fagioli con cozze e vongole: piatto forte. Da provare. “Casareccio”, direbbe qualcuno, sicuramente solido, saporito ma non eccessivo.

Secondi:
Rombo al forno con patate. Presuntuoso: sarebbe stato ottimo ma l’hanno caricato di olio, aglio e anche peperoncino tanto da renderlo poco riconoscibile e purtroppo poco digeribile.
Grigliata: abbondante classico che non delude ma che veramente viene proposta al momento del crepuscolo gastrico dei commensali, quando ormai anche l’ultimo dei gladiatori rantolante si accascia allo schienale.

Come avrete già letto i prezzi sono assolutamente competitivi con quelli di qualsiasi pizzeria.
Eviterei di andare al sabato e ricordatevi non solo di prenotare ma anche che da Franco (locale con antiche pretese per una clientela senza pretese) non si va per passare una serata, ma per mangiare duro, se cogliete la differenza…

Anolini, lessi e zuppa inglese. Leon d’Oro a Parma, ovvero, squadra che vince (da 95 anni) non si cambia.

17 Mag

Il Leon d’Oro è come uno di quei prozii anziani, bonari e un po’ pesanti che vedi con piacere quattro volte all’anno ma alla quinta ti fracassano i coglioni.
Non perché si mangi male, anzi, ma perché è un ristorante ideale in cui portare gli amici che arrivano da fuori Parma per introdurli alle delizie della cucina Emiliana.
Tutti rimangono entusiasti, perché il Leon d’Oro rappresenta veramente quello che gli “stranieri” si aspettano da Parma e questo lo rende un posto magico, se credete alla magia (a buon intenditor…).

Già il nome evoca antichi fasti di osterie per carrettieri e l’arredamento pesante contribuisce ad acuire la sensazione di essere nel passato.
Un passato glorioso, come testimoniano i Giuseppe Verdi, i Bertolucci e i Toscanini alle pareti (io c’avrei messo anche Matteo Cambi e Callisto Tanzi, così, per buttarla in caciara…) che pesa tutt’ora sulla cucina.
Al Leon d’Oro si viene per i salumi, affettati a mano in mezzo alla sala, buoni ma non eccezionali: una fetta di crudo, una di salame, una di spalla cotta bella spessa, lardo, coppa, pancetta e mortadella. E su quest’ultimo dettaglio mi girano un po’ le balle, perché la mortadella è di Bologna e a Parma non la si produce, ma tanto un visitatore difficilmente nota queste sottigliezze e quindi va bene così (più o meno). Di solito si sta sul classico lambrusco, ma la cantina è molto varia e non mancano interessanti alternative specialmente sui rossi.
Anolini in brodo (e non costringetemi a spiegare nuovamente di che stiamo parlando!): buoni. Ottimo il brodo, anche perché qui si preparano lessi quotidianamente e quindi….

Carrello degli arrosti: ci siamo. Una botta de vita. Ho visto uomini grandi e grossi implorare lacrimevoli “no, un’altra fetta di anatra no…”

Carrello dei bolliti: qui ci starebbe bene l’Aida come colonna sonora del trionfale ingresso in sala del gigantesco carrello in acciaio, sospinto dallo chef  tutto rubizzo e sorridente, ben conscio che la scena è tutta sua. Gallina, manzo, testina, picaglia, lingua e salse al prezzemolo, al pomodoro e alle verdure.

Concludiamo con un pezzetto di sbrisolona o una bella chilata di zuppa inglese? Ma perché no…

Ci sono altri piatti in menù? Dicono di si, pare che vengano serviti addirittura risotti e gnocchi, ma francamente preferisco isolare queste voci sediziose in un angolo recondito della mia mente.

Caffè, grappe, 40 euro a cranio e in un attimo ti ritrovi felice e gonfio come un batrace a ruttare via la nebbia di un freddo gennaio padano…

Kowloon? No, viale Padova. Anatre laccate e piedini di maiale: Wang Jiau – The Corner, Milano

16 Mag

Premetto che non ho alcuna intenzione di affrontare i pregiudizi sulla cucina cinese. Troppa fatica e troppi luoghi comuni. Mi permetto però di consigliare un ristorante che potrebbe contribuire a convertire gli scettici in estimatori di quella che è (tremate, miei nazionalisti gastrici!) la cucina più diffusa del mondo.
Milano, piazzale Loreto. Sopravvivete al gorgo automobilistico e buttatevi in viale Padova: qui, nella via più multiculturale della città, dove convivono (male? bene? Bah) maghrebini, cinesi, ispanici ma si dice anche hobbit e  klingon, sorge, timido e discreto, The Corner, unico, al momento, alfiere dello street food di Hong Kong.
Qualcuno degli insopportabili designer che ci vanno per cena potrebbe definirlo “cheap and cozy”, io, pur concordando, la definirei una bettola dagli occhi a mandorla: pareti bianche e nude, portabottiglie costruito con i foratini, un vecchio wok usato come lavandino, cassette di legno per sedersi. Aperto 7 su 7, alle 19.00 è frequentato quasi esclusivamente da cinesi e asiatici vari, mentre dalle 20.30 la clientela si italianizza (ma non è detto che sia per forza un bene).

Preparatevi al fatto che qui le ricette sono realmente cinesi, quindi, grazieaiddio, non troverete il riso “alla cantonese” con piselli e cubetti di prosciutto, ne gli involtini primavera fritti e che il concetto di antipasto, primo etc non viene rispettato: le portate arrivano in ordine sparso ed è sempre conveniente condividerle con i commensali, in modo da assaggiare più piatti e massacrare la tovaglia come vuole la tradizione.
Solitamente io e i miei compari esordiamo con una gragnuola di ravioli grigliati poi si parte all’attacco delle vere specialità del loco: anatra alla pechinese (veramente eccezionale), piedini di maiale dalla cotenna caramellata, wok di verdure piccanti (molto, molto piccanti) con ali di pollo, poi zuppa di zampe di gallina, spaghetti, maiale con cipolle…
Una vera orgia sensoriale. Non lasciatevi ingannare, voi ignavi schizzinosi, da nomi poco attraenti e gettatevi sulle ricette più hard core: i calamari alla griglia ve li potete cucinare a casa, il piedino di maiale caramellato no!

Sarebbe assolutamente presuntuoso lanciarsi in commenti troppo dettagliati sulle pietanze, dal momento che ho ben pochi termini di paragone, ma vi lascio con una preghiera e due informazioni utili.

Conto: non è economico come il classico take away che avete sotto casa, ma non è costoso. Con 25 euro si cena ottimamente e si esce satolli

Vi prego e scongiuro: andateci una volta e poi non tornateci mai più. Quando mi siedo e sono circondato solo da sosia di bruce lee mi sento in vacanza per un’ora. Cento metri dopo c’è Ju Bin, andate lì che vi portano anche le nuvole di drago e ci sono i tavoli con gli acquari.

Forchette? Portatele da casa, se vi servono…

Maradona e il Naviglio Grande: pizzeria Capatosta, Milano

15 Mag

Partiamo dal presupposto che se volete farmi girare le balle potete propormi di guardare un film di Ozpetek oppure di andare a cena sul naviglio grande.
Un amico opta per la seconda e non solo mi porta in questo lutulento scannatoio per giapponesi, ma ci mette il carico e mentre camminiamo mi dice sorridente che mi sta anche portando in una pizzeria.

Mi astengo dal buttarlo nel naviglio in quanto elemento inquinante e non biodegradabile e prima di incazzarmi decido di dargli una possibilità.
Pizzeria I Capatosta. Locale fragoroso, gremito, quasi sudato. Tovaglie di carta, forno a legna mastodontico, tutto il Pantheon napoletano in mostra con Maradona, Zola e Cannavaro che ti benedicono dalle pareti.

Ma la pizza è eccezionale. Facciamo un passo indietro. Se apri l’ennesima pizzeria sui navigli significa o che devi riciclare dei soldi o che hai una buona idea (ma forse anche entrambe le cose).
Per quanto riguarda I Capatosta, posso dire che l’intuizione è stata geniale. Aprire un locale brutto ma simpatico nel regno della ristorazione asettica e standardizzata, dove si mangia anche bene in contrapposizione a una distesa di surgelati e dove, udite udite, i prezzi sono cristiani appare, a ben pensarci, quasi una provocazione intollerabile.
Il servizio è rapido e cortese, il menù propone non solo pizza, ma francamente non mi interessa avventurarmi in lidi perigliosi: giusto due fritti (buoni e leggeri) come antipasto, falanghina ghiacciata e poi una classica bufala fatta come dio comanda. Bordo alto e soffice, base sottile, cotta al punto giusto, vera mozzarella di bufala e abbondante basilico fresco.

Evito il limoncino perché lo trovo insopportabilmente dolciastro ma che, mi viene assicurato sia fatto rigorosamente in casa.

Bravi.

Due suggerimenti: onde evitare spiacevoli sorprese uno sguardo ai prezzi prima di ordinare. La pizza è low-cost, ma antipasti, dolci e vino non sono regalati.

Ricordatevi che siamo sui navigli. Evitate di andarci al sabato sera.
Santa Maradona prega per noi!

 

PS

Lì di fianco c’è anche BQ, acronimo di Birra di Qualità. Fermatevi per un paio di pinte, vale la pena

Che Pizza! Reggio Emilia, la “Piccola Piedigrotta”.

14 Mag


Personalmente non frequento le pizzerie, anzi, le temo.
La visione di un cameriere ascelluto che propone “faccio un bell’antipastino di mare caldo e freddo prima della pizza” ha distrutto i miei anni infantili e tormentato le cene di classe della mia adolescenza. Nonché quasi annullato i nobilissimi sentimenti che da sempre nutro per la pizza, che non è un piatto, ma una metafora nazionale. Fortunatamente esistono le eccezioni.
Reggio Emilia, Piazza 25 Aprile, piccolo scrigno che si schiude alla sinistra del Teatro Ariosto.
La Piccola Piedigrotta è veramente piccola, c’è sempre la coda e al sabato non accettano prenotazioni. Motivo? La pizza è veramente ottima, oserei dire perfetta: consistente, leggermente croccante, sottile al centro ma dai bordi alti e solidi. E ovviamente guarnita con ingredienti di questo nome (tra cui esclusivamente pomodoro San Marzano). Oltre alla indiscutibile bontà della pizza, che vi invito a provare appena possibile (tra cui la “Moka” piccola perversione senza pomodoro ma con granelli di caffè, sembra una stronzata ma fidatevi non lo è) la Piccola Piedigrotta mi ha piacevolmente stupito per due motivi.

1 Finalmente una pizzeria che fa la pizza e non propone menù spessi come le pagine gialle di Roma e infarciti di obbrobri quali le “mezze penne alla boscaiola” o i famigerati “tagliolini panna prosciutto e piselli” (ma ditemi la verità, esiste veramente qualcuno in possesso delle sue facoltà mentali che mangia ‘sta roba?)

2 La carta dei vini. Negli anni ’90 era considerato incestuoso e perverso bere vino assieme alla pizza, che doveva esclusivamente essere accompagnata da coca o birra (qualche tossico ci beveva addirittura la fanta, poi l’Onu ha votato una risoluzione per vietare l’abbinamento). Ma non dimentichiamo che gli anni ’90 hanno partorito Max Pezzali e l’inno di Forza Italia, quindi non mi fiderei troppo dei diktat di quel decennio… Alla Piedigrotta hanno alcuni vini molto interessanti, tra cui un buon aglianico rosè spumante e altri vini campani, quali la falanghina e il greco, che serviti belli freddi che si sposano molto bene con la pizza. Oltre a questi la cantina offre comunque molte ottime etichette dal Friuli alla Sicilia.
La selezione delle birre è accuratissima e vi trovano posto solo alcune birre prodotte da piccoli birrifici fuori dal mainstream.

A questo punto non vi resta che mettervi in coda e provare la Piedigrotta, magari concludendo con un mascarpone buono da morire e pesante quanto un sanpietrino…

Ah, il prezzo? Adeguato, 7,5 euro per una pizza ottima non penso scontenterà nessuno.

http://www.piccolapiedigrotta.com

Malice's Craftland

Benvenuti nel mio mondo

ITINERARI LAZIALI

borghi, castelli, ville, città perdute, monasteri ed abbazie, leggende e segreti, paesaggi fantastici e luoghi insoliti della regione di Roma e dei territori limitrofi.

Taste and Travel

Milano and more

lilruby jewelry

Jewelry design and who knows what else...

ruibarbacaos

Historias con comida

Assaggi d'Italia

Food & Wines of Italy

NikiLeaks News

Nikki Marquardt's blog around the world

Solocoloricaldi

Art & More

Daffodil Cottage

Poetry | Jewellery | Handcraft | Nature | Beauty | Living

Tenaglia Impazzita

art mosaic by Giulio Pedrana

aughgoodies.wordpress.com/

▲ A world of Goodies ▼

Il Mercato degli Eventi

Il sito degli eventi di Bi&Bi Comunicazione

Il laboratorio di Arte-Bottega

Consigli dal portale di vendita on line per artigiani

lysecocycle

A great WordPress.com site

Italia, io ci sono.

Diamo il giusto peso alla nostra Cultura!

Cuoche si diventa

Italian recipes

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: