Archivio | giugno, 2012

Rural chic e suini neri: agriturismo la Longarola, Parma

24 Giu

 

Perché agriturismo? “Faccio dell’agriturismo” sarebbe corretto, ma non “vado in un agriturismo”. Vado in un agrituristico, questo si sarebbe grammaticalmente accettabile. Un luogo è turistico, non è turismo. O no?
Questo il dubbio ancestrale che mi perseguitava poche sere fa, dopo il quarto bicchiere di lambrusco biologico e la sesta zanzara (sempre biologica) che veniva a tormentarmi le caviglie ignude.

Agriturismo La Longarola, Lesignano dei Bagni, Parma. Luogo incantevole, edenico, a 20 minuti dal centro della città: circondato da prati punteggiati d’alberi da frutto un bel casale ti accoglie in un’atmosfera che alterna sensazioni bucoliche e molto “terrene” a una compiaciuta aura da comune anni ’70.

Tavolacci apparecchiati all’aperto in mezzo agli orti come fosse la sera del dì di festa, luminarie discrete e gradevoli, menù scritto alla lavagna, cicale e grilli urlano la loro gioia di una nuova estate. Non manca nemmeno un calciobalilla tra gli alberi e qualche poltrona per ammirare la luna. Molto bene, complimenti allo scenografo.

Salumi: eccellenti. Fin da quando gli spessi taglieri stanno per atterrare tra le nostre mani bramose, si rimane inebriati dal loro profumo. Salame nobile e stagionato alla perfezione, buono il prosciutto, grande la pancetta stagionatissima, profumata la spalla cotta. Si potrebbe morirne, accompagnandoli da fragranti panini caldi fatti in casa: la rapidità con cui scompaiono tra le fauci dei commensali ne testimoniano la bontà.

Primi: bene ma con un Ma. La mia (ma non solo) ottusa attaccatura alle ricette del territorio, avrebbe preteso tortelli di erbetta e ricotta, o di patate o persino d’ortica, ragion per cui son rimasto (colpa mia forse) un po’ deluso dalle scelte creative della cucina in merito ai primi.
Cappellacci fatti in casa alle erbe con basilico e pomodorini: delicati, buoni, ma avrei preferito una maggiore consistenza sia nella pasta che nel ripieno.
Tagliatelle con pesto alla siciliana rivisitato: ricetta gustosa, carica di sapori mediterranei, di capperi, acciughe, pomodori secchi. Buone, però mi si perde un po’ il senso dell’agriturismo e del chilometro zero, l’orto, la stalla, il biologico, il bue, l’asinello e le caprette no?

Sui secondi non mi pronuncio, ma ho visto interi piatti di spezzatino scivolare inesorabili verso una fine ineluttabile e nessun lamento da parte dei commensali.

Dolci: sempre fatti da loro, ho assaggiato la sbrisolona e devo dire che ci siamo.

Carta dei vini: tante le proposte di cantine del territorio poco conosciute, buoni i lambruschi bio, come la malvasia, il gutturnio fermo e le birre artigianali, 10 euro di media per una buona bottiglia.

 

Qualità prezzo: 30 euro per gli abbondanti antipasti, due primi, vini, caffè e grappa, sono a mio parere un onesto compromesso. Comprendo anche le difficoltà digestive dei crapuloni che hanno aggiunto al predetto anche un secondo e sono immediatamente dimagriti di 50 euro…

Vero è che siamo lontani dalle metropoli e dagli esorbitanti affitti dei centri storici, ma è anche vero che difficilmente la professione del ristoratore viene fatta per beneficienza e che il “fatto in casa”, mi dispiace per gli inguaribili romantici, lo si paga. A volte forse un po’ troppo.

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna…

La Longarola

Strada Bassetta 13, 43037 Lesignano de’ Bagni

www.lalongarola.it

Tel. 0521 350520

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Gnocco fritto low cost: Isola Fiorita, ripa di porta ticinese, Milano.

19 Giu

Colpevolizzati dalla bilancia, piagati da intolleranze che i nostri nonni non avevano nemmeno sentito nominare, paralizzati dal terrore della “pesantezza”, i nostri gusti culinari sono, negli ultimi decenni, vigorosamente virati verso sensazioni palatali modaiole e anoressizzanti. Cucina con influssi thai, fusion, sushi… Roba che se confessi in certi ambienti di avere una passione per i lessi e gli stracotti ti guardano come avessi confessato una latente zoofilia…
Fatto sta che se tra di voi ci sono ancora persone “sane” che amano talvolta fare delle scorpacciate vere e senza pentimenti, bene, sappiate che esistono ancora ristoranti che uniscono porzioni gargantuesche a buona qualità e prezzi veramente interessanti. Anche in una grande città come Milano.
A poche centinaia di metri dai locali beverini e dal plastificato finger food  del Naviglio Grande, troviamo L’Isola Fiorita, da poco trasferitasi in questa nuova sede ma che mantiene una filosofia di molta sostanza senza troppi riguardi per la forma fine a se stessa.
Il locale è molto semplice, potremmo anche azzardare bruttino, ma se si viene qui con il giusto spirito non si resterà certo delusi.
Il menù è vario (ma non lo abbiamo testato): il vero punto di forza del locale è lo gnocco fritto con salumi e formaggi: quella che normalmente sarebbe una porzione per 3 persone qui ti viene servita con un sorrisetto di cortese sfida e “prendete qualcosa di primo poi?”.

Impossibile: dopo 8, 10 pezzi di gnocco fritto (nell’olio e non nello strutto, anche per rispetto ai vegetariani che possono richiederlo accompagnato da soli formaggi e verdure grigliate) imbottiti con prosciutto crudo (niente male), salame (non era certo il felino doc ma amen) coppa (buona), gorgonzola, stracchino, taleggio, peperoni e melanzane alla griglia anche i coraggiosi e gli impavidi hanno dei tentennamenti.

Il gentilissimo cameriere (con pronuncia stile Abatantuono prima maniera) sostiene di averne mangiati due piatti a pranzo. Vedendo lo spessore umano del soggetto potrei anche crederci, ma insomma…

Accompagnate il tutto con un’onesta bottiglia (fresca) di Malvasia dei colli piacentini e uscirete con quella piacevole sazietà senza rimorsi che si provava da bambini dopo un pranzo domenicale dalla nonna (30 anni fa le nonne milanesi non preparavano il sushi vero?).

20 euro a testa.

Alcuni  consigli:

1 per le fanciulle: evitate di andarci dopo una costosa ed estenuante seduta dal parrucchiere

2 mangiate con le mani. Quando si parla di salume, coltello e forchetta sono inutili orpelli buonisti

3 se siete soggetti ai sensi di colpa lasciate perdere

4 prendete il posto per quel che è! Se siete in cerca di un ristorantino romantico, del miglior risotto di Milano o di raffinatezze culinarie non è il posto adatto. Se invece volete provare qualcosa di diverso dalla pizzeria di quartiere e sfondarvi di gnocco fritto, fatevi sotto.

 

L’isola Fiorita

Ripa di Porta Ticinese 83
Milano
tel. 02 89402060

L’abbacchio e la Madùnina: Osteria Romana “Volemose Bene”, Milano.

17 Giu

Ricordate il B52 de “Il dott. Stranamore”? Bene, un’Osteria Romana nel cuore di Brera avrebbe potuto racchiudere potenzialità distruttive analoghe ma molto meno ironiche: il pressapochismo omicida della cucina scannagiappi  unito alle pretese formali e alla costosa antipatia meneghina.
Era da un po’ che passando tutti i giorni davanti all’osteria romana Volemose Bene di via della Moscova (di apertura talmente recente che il sito web non è ancora nemmeno on line www.volemosebenemilano.it), notavo che la repulsione si andava lentamente trasformando in curiosa attrazione, specialmente dopo aver sbirciato il menù e sentito barrire grida trasteverine dall’interno. “Perlomeno non sono di Agrate ma veramente romani…” pensai, così una sera che avevo come ospiti ben due amici capitolini decisi, per loro somma gioia, di portarli lì, roba che se mi fanno la stessa cosa e mi portano in un ristorante emiliano a Roma faccio scomparire i loro corpi nel Tevere, ma andiamo avanti.
Gli interni sono piacevolmente e volutamente terribili: un gustoso kitsch che rievoca situazioni rustiche romanesche: damigiane impagliate, fiaschi, sediacce in legno e anche un pergolato in coppi che dalla cucina porta in sala, a mimare una situazione bucolica a due passi dall’Hollywood e dal tamarrume di corso Como.
Molto divertente.

La carta propone i grandi classici (purtroppo spesso divenuti luoghi comuni) della cucina romana:

Carciofi alla giudia (fritti): eccellenti. Anche se ormai fuori stagione (e il gentilissimo titolare non manca di farlo notare) e quindi più piccoli della norma, sono deliziosi: croccanti e leggeri, serviti con patate, sempre fritte, tagliate a sfoglie, inviterebbero a farne strage.

Parmigiana di melanzane: un piatto che adoro ma che mangio quasi esclusivamente a casa, inutile spiegare il perché. La cosa che mi colpisce, positivamente, del piatto ancor prima di assaggiarlo è il non vedere fette di melanzane scomposte e grondati i vari succhi di troppo abbondanti mozzarelle (spesso balorde) e pomodoretti lanciati a caso in un’ordalia del falso salutismo.
Melanzane tagliate a fette sottilissime e pazientemente alternate alla passata di pomodoro, ad abbondante parmigiano, e a qualche fettina di mozzarella e scamorza (quest’ultima per me anche no, ma ci stava): molto bene.
Tonnarelli cacio e pepe: ultimo baluardo, tra i primi piatti, dell’orgoglio romano. Matriciana e carbonara da anni sono state imbustate, ibernate e ti guardano tristi dalle vetrine dell’ipercoop. Le linguine Alfredo e le sue variazioni indecorose lasciamole oltreoceano dov’erano fuggite. Rimane il cacio&pepe (si vabbeh, pure la gricia, ma ne parliamo un’altra volta): tonnarelli, pepe e pecorino. Il segreto (ma dai!?): le tempistiche.
Qui da Volemosebene erano molto buoni, ma, purtroppo, si erano leggermente asciugati. E’ un piatto delicatissimo, in cui l’amido dell’acqua di cottura si mescola al pecorino creando un’alchimia fragilissima e fugace: comprendo quindi che si possa aver perso quell’attimo di troppo nel servirli e si sia persa un po’ di quella cremosità che li rende unici. Torneremo e riproveremo.

Abbacchio al forno con patate: tenero, abbondante, gustoso. Inutile dilungarsi. Da provare.

Cantina ben fornita, vi sono rappresentati i maggiori successi italiani e non solo.
Prezzi: 30\35 euro per uscire satolli e di buon umore sono un prezzo più che giusto.

www.facebook.com/VolemoseBene

Via della Moscova 25, Milano
338.4713178 – 3477373777 – 0236559618
Chiuso alla domenica

La cotoletta di Re Mida: Trattoria al Garghet, Gratosoglio, Milano

9 Giu

I ristoranti delle grandi città hanno, ormai da decenni, l’altrettanto grande difetto di simulare, per la gioia del cliente, antiche atmosfere più o meno ben ricostruite, ricette artefatte e profumi riesumati da ricettari ormai muti. Talvolta il risultato è pregevole, o comunque apprezzabile, sia per lo sforzo “esegetico” del ristoratore, sia per la piacevolezza che questa patina di “antichità simulata” possono infondere nel cliente.

La Trattoria Garghet di Gratosoglio (estrema periferia meridionale di Milano) non è una trattoria. E’ una villa in campagna, travestita da trattoria, con la consapevolezza di essere un ristorante di livello: io so che tu sai che io so.

Già il nome, “Gharghet”, infonde nello straniero un brivido di esotismo longobardo: si tratta del gracidare delle rane, che qui abbondavano essendo un tempo terra di risaie. La struttura è un antico casolare, poi utilizzato dagli spagnoli come gendarmeria, ora ristorante assolutamente grazioso ma forse un po’ troppo carico di ninnoli, bagattelle e cazzatine varie.

Tra ranocchie in ceramica, candele, mappamondi scolastici, comò, anticaglie, si viene gentilmente accompagnati al proprio tavolo, ovviamente con tovaglia a quadretti bianchi e rossi (basta!!!).

Qui troviamo poi un dettaglio che manda in visibilio tanto il villico tanto quanto il frequentatore della milanodabere salentina dei corsi (como e garibaldi, no Corsica): menù bilingue scritto a mano su quadernetti scolastici: sopra in dialetto milanese sotto italiano. Solitamente strappa ai miei commensali un “oooh che carino!”, a me sembra assolutamente lezioso ma comunque.

Camerieri educati et edulcorati che nulla hanno della trattoria ma che tanto esprimono (ed è un bene) di scuola alberghiera, come dire, bella senz’anima…

Passiamo al cibo che il tempo è tiranno.

Antipasti:

Bene i “nervit cont i scigoll”, nervetti con cipolle, classico dei classici della cucina meneghina, ma che a 8 euro a piatto rallentano alquanto la digestione di un piatto di per se ostico.

Idem “El bumbulun” gnocco fritto con prosciutto. Buono sia il primo che il secondo. Domanda: ma il gnocco fritto si faceva anche nella tradizione lombarda? Mmh….

Culatel de Zibell: inutile tradurre e inutile commentarne la provenienza…

Primi:

“Risot a la milanesa cont el midol e safran”: classico risotto allo zafferano. Ottimo, cremoso e di giusta intensità: niente da dire, ma anche qui i prezzi sono da ristorante fusion del centro storico.

“Risutin saltà cont la luganega”: il risotto al salto sarebbe l’apogeo della cucina casalinga milanese, qui proposto con luganega. Un timballo saporito e dalla crosta croccante che non delude.

Secondi:

“Fegato di vitello”: una gradita comparsa in un mondo gastronomico che ormai rifugge frattaglie e interiora. Chi ama il genere rimarrà entusiasta.

“Cutuleta del garghet”: qui si potrebbe aprire una disputa degna dell’Iliade. Una cotoletta cucinata con tutti i crismi; con osso, battuta fino a farle raggiungere dimensioni gargantuesche, di carne tenerissima, ben cotta e dalla doratura ineccepibile. Ma 24 euro per una cotoletta non saran forse troppi? Andate e giudicate voi.

La cantina è vasta e permette di bere bene anche con cifre abbordabili, oppure di volare verso l’iperuranio dell’enologia spendendo ciò che si osa solo immaginare.

Concludendo in breve: ristorante curato e diligentemente camuffato da casa in campagna di possidenti terrieri molto ospitali. Cucina che non può lasciare delusi, i piatti appagano il palato e le budella, ma se si è consci di ciò che si sta mangiando il conto potrebbe risultare pesante come una zuppa inglese. Indicatissimo per le coppie romantiche, lo sconsiglio alle compagnie di amici in cerca di una mangiata dura e pura.

Cosi parlò Zarathustra.

Al Garghet

http://www.algarghet.it

Via Selvanesco 36 – Milano
T.  02/534698 – F. 02/57407866
Chiuso al lunedì

Fiorentine a Milano: Joe Cipolla, via San Marco

2 Giu

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La prima volta che ci son passato davanti era inverno e cercavo un altro ristorante. Volevo andare dai Pascone (ristorante, prima in viale Montenero, poi in via San Marco, ora ucciso dalla crisi), poi mi resi conto orripilato che al posto dei due fratelli bonari e oversize c’era questa bisteccheria paraculissima. Grande sfiducia, “con un nome così poi”, niente, tirai diritto e me ne tornai a casa.

Il giorno dopo iniziai le indagini e venni a sapere che Joe Cipolla è del Gruppo Seven, arcinota catena di steak house, niente male ma non troppo, e che qualche fonte affidabile sosteneva di averci pure mangiato bene. Impossibile. Ricordavo alcune mediocri cene aziendali al Seven di viale Montenero (si, era poco lontano dalla primigenia sede dei Pascone e il viale è lungo, mica è colpa mia…) con salumi di provenienza sannitica, patate surgelate e le carni alcune buone altre anche no.
Comunque, dopo decine di esperienze orribili in mezza Italia, decisi che una in più non mi avrebbe (forse) ucciso e andai. Poi ritornai più volte, sintomo, se ormai avete imparato a conoscermi, non di pulsioni autodistruttive, bensì di apprezzamenti alla cucina.

Il locale è strategicamente posizionato a pochi metri da via Moscova, una via tranquillissima dopo le 20, ma vicina alla mondanità di Brera, dov’è piacevole cenare all’aperto d’estate, sempre che si abbia una buona tolleranza alle zanzare e ai venditori di rose.
Gli interni sono belli, curati, ma quasi sovrabbondanti. L’idea è quella di ricreare una steak house newyorkese degli anni ’30 e lo stesso nome Joe Cipolla è un ironico riferimento al cuoco di Al Capone, le cui foto occhieggiano alle pareti assieme ai vari Joe DiMaggio, Frank Sinatra e tutto il gotha italoamericano dell’epoca. Immancabile una Berkel rossa tanto quanto le tovaglie a quadretti bianche e rosse e la lavagnetta coi piatti del giorno che fa tanto happy days.
Il personale di sala emana una cortesia palpabile, che lascia quasi stupiti, abituati come siamo a un servizio estremamente standardizzato verso il basso e spesso tendente alla freddezza.
Il menù è imperniato su una notevole varietà di tagli di carne esposta in un grande bancone a vetrina, repellente per i vegetariani, forse, conturbante per il sottoscritto.
Prima di lanciare i cuori verso una costata o una tartare, si può iniziare la serata con uno dei degli antipasti proposti dalla carta: tagliere di insaccati misti oppure una nobilissima Culaccia di Parma (ormai talmente diffusa che verrebbe da pensare a un territorio parmense interamente abitato da suini…), altrimenti i modaioli Jamon Serrano 24 mesi o Cecina de Leon. Buone ma pesantucce le verdure fritte in pastella, come idem gli anelli di cipolla fritti, evitabilissima la Caesar Salad con parmigiano: Manhattan è comunque lontana.

Passiamo alle carni:
Tartara di Fassona piemontese battuta al coltello: piatto evergreen che non deluderà tutti gli amanti del crudo.

Tenerissime sia la costata di manzetta Prussiana (delicata) che quella di Scottona Bavarese (grassa e saporita) da 450 gg, anche se l’espressione massima delle potenzialità carnivore si raggiunge ordinando, da condividere, una bella fiorentina da un chilo cotta alla brace e servita con patate (sempre alla brace) e melanzane con mentuccia.

La cantina è vasta e privilegia, ovviamente i rossi; passando da quelli più fragranti come la Barbera o il Marzemino per poi virare su bottiglie più importanti e corpose (anche come prezzi): Brunello, Montepulciano, Barbaresco…

Quantificare la spesa, in questo caso, è veramente difficile. Si può entrare per un ottimo hamburger e una birra e uscire comunque soddisfatti spendendo come in pizzeria, oppure combattere dall’antipasto al dessert pagandone lo scotto. In generale il rapporto qualità prezzo, considerando anche la posizione e il servizio, è positivo.

Un consiglio: per la sua atmosfera che i più definirebbero “easy”, al fine settimane il locale è un ottimo pretesto per rumoreggiare in grande compagnia…

Ah, Joe Cipolla ha anche “un gemello” in via Vigevano.

http://www.joecipolla.it

Via San Marco 29
20121 Milano
Tel.02.45488837

Chiuso la domenica
la cucina apre dalle 19.00 alle 24.00

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