Archivio | settembre, 2012

Milano, Corso Garibaldi: Gastronomia con Cucina Parma&Co. Siamo tornati

27 Set

 

Alcuni giorni fa avevo scritto un post preambolare su Parma&Co, convincente (ora posso dirlo), realtà gastronomica milanese fondata su solidi pilastri parmigiani: all’insaputa del gentile titolare, io e altri arditi della forchetta abbiamo organizzato un’agguerrita incursione serale dalla quale siamo usciti assolutamente soddisfatti.

Brevemente: Parma&Co NON è un “fake” (scusate la ma la bibbia del blogger prevede almeno un anglismo a post), anzi è più realista del re. Tradotto: difficilmente nello stesso centro di Parma troverete una selezione cosi accurata di salumi ed etichette, senza dimenticare che i tortelli d’erbetta rasentano la perfezione.

Ci siamo accomodati con occhio ipercritico e spirito di samurai, pronti a fustigare anche la più piccola manchevolezza.

Servizio: voto 8. Preciso, cordiale e senza sbavature.

Antipasti: 9 La selezione di salumi di maiale nero meriterebbe un nobel per la norcineria. E’ un piatto che non va trangugiato, ma degustato, partendo dai sapori più delicati, come il culatello (commovente) e la spalla cotta, per poi passare a quelli più decisi, come la coppa, lo strolghino fresco, il lardo e la mortadella. Quest’ultima (una critica almeno la devo mettere) era ottima, ma secondo me evitabile, nel senso che non è un classico della “food valley”, ma un estro dei bolognesi papisti. Tutto ciò doviziosamente accompagnato da una torta fritta (la nostra versione del gnocco fritto, cambia solo il nome), croccante e dalla frittura perfetta.

Giusto per non essere colti da debolezza abbiamo chiesto anche due scaglie di parmigiano di vacca nera: una prelibatezza che va capita. Se vi piace il grana del supermercato, non ordinatelo.

Primi: 8 Abbiamo optato per i classici tortelli d’erbetta (e ricotta), un caposaldo della cucina parmense tanto diffuso, quanto, purtroppo, spesso bistrattato. Premetto che non è un piatto per deboli: il tortello deve essere ricco, sia nel ripieno, sia nella mantecatura a base di burro e formaggio (indovinate che formaggio?), qui erano ben presentati, freschi, cotti alla perfezione (pasta consistente ma non dura e ripieno tenerissimo) e, gradita sorpresa, abbondanti.

Secondi: purtroppo abbiamo dovuto fermarci ai primi per non tramutare il convivio in baccanale… ma torneremo.

Ambiente: 8 Come già detto nel precedente post, molto gradevole. Passare dalle sfilate bovine di Corso Como all’elegante quiete di Corso Garibaldi è questione di 5 minuti a piedi, ma pare di cambiare città.

Qualità\Prezzo: 7.5 Non è propriamente un low cost. Ma non potrebbe nemmeno esserlo con la qualità delle materie prime proposte. Inoltre il posizionamento centralissimo immagino imponga spese diverse dall’osteria della bassa. Comunque c’è sicuramente la volontà, e si vede, di servire ottimi prodotti a prezzi giusti, tenendo anche presente che normalmente in centro a Milano si paga tanto e si mangia mediocremente. Speriamo il vento non cambi.

Lo consiglio sia per un pranzo di lavoro, per il turista sconsolato dalla mediocrità della cotoletta comune, per una cena tra amici di quelle “dure”

Per il menù completo potete consultare il sito web.

Parma&Co Gastronomia con Cucina

Via Delio Tessa, 2 | ang. Corso Garibaldi, Milano.
0289096720

PS

Errata corrige dal post precedente, il lambrusco (Alinovi), costa 3 euro al bicchiere, non 4. Verdi non è morto, evviva Verdi!

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Parma: Osteria “La Gatta Matta”, la sperimentazione sfida la tradizione

25 Set

Partirei con il dire che la Gatta Matta si propone come un coraggioso angolo di sperimentazione nel cuore di Parma. Un bell’azzardo aggiungerei. Siamo nella terra degli integralismi gastronomici, ci sono quelli che girano con il calibro in tasca per misurare lo spessore della pasta dei tortelli, quelli che con la coda dell’occhio sono in grado di dirti se i cappelletti sono stati cotti surgelati o freschi, c’è chi in base alla ruvidità del tortello ti sa dire se la pasta è stata tirata a mano oppure a macchina. C’è poi chi finge di capirne, ma comunque sbraita ugualmente, che si sa, siamo un popolo di allenatori, anche in cucina.

La proposta di questa osteria, pur concedendosi ai “caplét” ai tortelli d’erbetta e zucca, si insinua nei dettami gastronomici del territorio e, piegandoli a suo favore, li contamina con guizzi creativi e gusto per gli abbinamenti insoliti. Oltre che matta questa gatta ha del coraggio nel proporre piatti con fantasia e sensibilità davvero speciale, attingendo dal territorio ma anche ispirandosi fortemente a trasgressioni culinarie in un territorio in cui si tiene, e tanto, alla tradizione. E qualche rischio di non essere compresi, in questa terra di Hezbollah culinari, lo si corre.

A due passi dalle sfilate etiliche di via Farini ma ben riparata dalla quiete della piazza dedicata a San Francesco, La Gatta Matta è raccolta e accogliente. Gli interni hanno un’aria vagamente francofona e c’è un quid, nell’ambiente e negli arredi che ricordano un bistrot della rive gauche (e non è forse questa la “Petit Paris”?)

Nella stagione calda i tavolini esterni circondati da cespugli di lavanda e riparati da ruvidi tendaggi, rinfrancano il passante in fuga dal tamarrume di via Cavour. Nelle vettovaglie di melamina in fantasie scompagnate e le lanterne arrampicate sui muri, nel recupero vintage di piccoli contenitori in latta “anteguerra” ad uso posacenere o portacandela si respira un gusto attento del dettaglio che però, tutto sommato, proprio di poco non sfiora l’artificio. Ma ci sta, è un posto gradevole tanto più che la vera sorpresa è nella proposta dei piatti (pochi e ben studiati) che cambia continuamente. Non nell’apparecchiatura ma nel menù si trova infatti la voglia di spostare i paletti tra i fornelli.

Abbiamo provato:

Polpettine fritte di baccalà su crema di sedano: leggere e dal gusto delicato. Talmente delicato, però che non sembrava nemmeno baccalà.

Crumble di verdure con salsa fresca di yogurt: peperoni, zucchine, capperi in croccante gratin che trovano un indovinato incontro con il gusto acidulo della salsa.

Passatelli con zucca, porcini e crema di formaggio di malga: versione asciutta dei passatelli, ottimo connubio di ingredienti, peccato solo che i porcini fossero poco profumati.

Gnocchi con vongole e scaglie di bottarga: un solo difetto, talmente buoni, leggeri e ben mantecati che se ne mangerebbe tranquillamente il doppio.

Ottimo spumante rosè di lambrusco

Non ci siamo spinti ai dolci che, almeno su carta, ispirano sincera fiducia.

Personale affabile, menù ricco di sorprese, una divagazione piena e voluta alla tradizionale (ma piena di sfumature!) offerta del Ducato… Dispiace però dover rilevare che a cotanto spirito non corrisponda la generosità delle porzioni e che il conto proprio per questo motivo possa risultare un tantino elevato.

Consigliato a chi abbia voglia di prendersi una pausa con mood da esploratore, meno a chi va di fretta e abbia solo voglia di riempirsi lo stomaco.

Prezzi: sa partire dai 35 euro, in base al menù descritto

Osteria Gatta Matta

Borgo degli Studi, 9/A – 43100 Parma

0521.231475

Aperto a pranzo e cena (estate solo cena), chiuso domenica e lunedì

Parma: osteria Oste Magno. Tortelli, lambrusco e la Rivoluzione…

23 Set

 

Parma, borgo Angelo Mazza, carrugio che dal clamore pomeridiano di via Cavour instrada il passante verso la bellezza classica del Teatro Regio. Qui sorge, sulle ceneri del fangoso bar Ernesto, l’Oste Magno, esperimento gastronomico e sociale unico per Parma, ma non necessariamente riuscito, sempre che ci fosse alla base un piano.

Dilungarsi sulle implicazioni sociali di un locale che affonda le sue radici nello spirito post sessantottino dei due titolari, permeato però di tradizione parmigiana e con scorci internazionali (sti?) richiederebbe un pamphlet di un centinaio di pagine per cui limitiamoci a dire che qui i poster di Che Guevara anticati osservano benevolmente i tortelli d’erbetta e i taglieri di spalla cotta trangugiati con dovizia da una clientela un po’ radical ma eterogenea, che abbraccia lo studente in cerca del panino giusto (volutamente contrapposto al Panino Ingiusto di Milano), il fotografo dilettante e “l’omet” con coppola amante del lambrusco e dell’ultima pagina della Gazzetta (di Parma, quella dei necrologi).

Pregi: locale onesto, che non finge. Dalla vetrina si evince che l’Oste Magno non offre ricercatezza o grandi esperienze gastronomiche, ma sostanza, celerità e qualità a prezzi non elevati. Il lambrusco è, nero, corposo e si beve a consumo: se non finisci la boccia ti scalano dal conto i bicchieri non bevuti, l’acqua è gratuita, non si paga il coperto. Il salume è buono, sia il prosciutto, che la coppa, tanto quanto il salame e la spalla. Emerge la gola che si scioglie letteralmente in bocca e si sposa meravigliosamente con il pane di segale. L’ambiente è accogliente come il tinello (si, ho scritto proprio tinello) di una vecchia nonna, ispira chiacchiere e buone bevute, i titolari sono educati ma spicci e ti spiegano subito le regole del gioco: le bevande si vanno a prendere al bancone, il pane te lo tagli con le tue manine sante, gli antipasti sono self service. Inoltre l’Oste Magno è uno degli ormai rarissimo locali che,  oltre agli onnipresenti tortelli, offre piatti antichi, come la vecchia di cavallo (vi spiegherò un’altra volta cos’è) o il pesto.

Difetti: i tortelli son fatti in casa, ma surgelati. Ciò non deve stupire, mi scriva chi conosce tutt’ora ristoranti in cui lo chef si mette di buon’umore tutte le mattine alle 6 a far la pasta ripiena senza farla pagare cifre londinesi. Il problema è che il freddo dell’abbattimento rende fragili i tortelli e pone lo storico dilemma: cuocerli poco (come in questo caso) e mantenere la pasta troppo secca, o abbondare e rischiare che si rompano (horribile visu!!) vanificando un lavoro che richiede tempo e manualità? Non erano male, ma 8 euro per sei tortelli serviti sui piatti omaggio della Mulino Bianco (alcuni lo trovano irresistibilmente vintage) è francamente troppo.

La franchezza dei titolari attrae ma repelle allo stesso tempo: il teorico del “lavoro, guadagno, spendo pretendo” qui è meglio non metta piede.

La velocità del servizio è assolutamente indicata per un pranzo, ma non conciliabile con il Trimalchione che vede nella tavola un momento di convivialità da protrarsi per ore.

Sono uscito dall’Oste Magno ben nutrito e con l’impressione di non essere stato né maltratto né spennato: 50 euro in tre per un pranzo di sostanza sono spendibilissimi se rapportati all’inutilità dell’insalatona del bar sotto l’ufficio.

Consigliato per aperitivi rinforzati, pranzi con gli amici, nocini e grappe da seconda serata accompagnate da rock anni ‘60, sconsigliato ai senza spirito, ai lamentosi e agli indecisi.

Milano, Corso Garibaldi: salumeria parmigiana Parma&Co “Giuseppe Verdi l’è mort!…”

19 Set

…Tuonava il nano Rigoletto nella scena iniziale di ‘900 di Bertolucci. E Giuseppe Verdi avrebbe penso apprezzato gli splendidi culatelli e prosciutti che ingentiliscono le meneghine mura di Parma&Co (Co.mpany? Co.lorno? Co.jon?), ultima perla di Corso Garibaldi, salotto all’aperto di Milano, le cui poltrone son però macchiate dall’unto di alcuni locali di bassa lega (di cui parleremo poi…), pizzerie grottesche e bar indisponenti.

Ma tornando a Verdi, penso che il Giuseppone, dopo aver delibato l’ottimo lambrusco (in rigoroso bicchiere Duralex da osteria), al momento del conto avrebbe esclamato al simpatico titolare: “Veh, l’omén, sit normel?”, che non necessita di traduzione, o perlomeno, una volta specificato che il suddetto lambrusco viene servito a 4 euri a bicchiere, se ne intuisce il senso.

Locale luminoso, arioso, dominato dall’immancabile Berkel e impreziosito da un balcone ottocentesco pregevole. Parma&Co. (e che do’ bali cla “&” chi…) ha anche il pregio non solo di aver eliminato dalla circolazione uno dei bar più anonimi della Milano da bare, ma anche (ovvio) di diffondere nel mondo la traduzione culinaria della food valley, cui, forse i più arguti di voi l’avranno intuito, sono particolarmente legato.

Tornerò agguerrito a testare il menù che, a prima vista, sembra un felice connubio tra la tradizione (tortelli d’erbetta, di patate, cappelletti in brodo etc etc) e qualche concessione alla cucina internazionale imperante nell’altro Ducato, quello sforzesco e visconteo. Assaggerò il fiocchetto affumicato in insalata di patate e fagiolini, che tanto mi suona di ricetta casalinga esportata, ma soprattutto valuterò il cotechino, unico metro di paragone per concedere a un locale il titolo di Alfiere del Gusto parmense (perché non parmigiano? Poi un giorno ve lo spiegherò…) .

Nel frattempo continuate così.

Parma&Co Gastronomia con Cucina

Via Delio Tessa, 2 | ang. Corso Garibaldi, Milano.
0289096720

Imola: trattoria “E Parlaminté”, tagliatelle al ragù, sangiovese e grandi amarcord.

12 Set

Siamo a Imola, dove il Tempio della Velocità, l’autodromo Enzo Ferrari e i suoi fantasmi convivono con lo splendido Duomo dedicato a San Cassiano e i palazzi secenteschi dell’intellighenzia pontificia si perdono tra portici e vicoletti. In uno di questi si cela “E’ Parlaminté”, storica trattoria che trae il suo nome (il Parlamentino, appunto) dalle “cattive” frequentazioni anarchiche e socialiste della fine dell’800, quando qui si venivano a stilare manifesti programmatici infuocati dal sangiovese.

La famiglia Dal Monte ha aperto la trattoria nel 1985 e nel ’97 ha deciso di ridare al locale il suo antico aspetto, riportando alla luce i travi antichi e arredandolo con mobili di inizio ‘900: un ambiente piccolo, un ambiente intimo, dove si possono ancora percepire gli echi di furibonde partite a carte e l’aroma dei toscani che affumicavano le pareti.

Culatello, lardo di Dozza, patè di fegatini di pollo con piadina e poi gramigna alla salsiccia, tagliatelle al ragù, tortellini in brodo e costine di castrato: un piccolo mondo antico che percuote con la tradizione i modernismi inutili. La pasta fatta a mano è deliziosa: giusta consistenza e porosità permettono alle tagliatelle di legarsi all’ottimo ragù in un abbraccio che lascia soddisfatto il palato.

Ottime anche le costine di castrato con patate: tenero, polposo e ben cotto, un piatto da 8 che si becca un 7 per le patate al forno, riscaldate si, ma forse un po’ vecchiotte.

Interessante la matriciana di mare, con dadolata di tonno affumicato a sostituire il guanciale e gamberetti. L’ho assaggiata e non mi è dispiaciuta, ma sono un purista della tradizione e questi son piatti che lascio ai giovani coraggiosi.

Vini: Pignoletto e Sangiovese in caraffa. Discreti entrambi e a prezzi onesti, ci hanno accompagnato durante la serata senza far rimpiangere le etichette blasonate che decorano la cantina.

Caffè, ruhm Zacapa e tante chiacchiere attorno al tavolo con i due chef (padre e figlio) e la signora Dal Monte, a ripensare a quando Ivan Capelli andava lì a mangiare la gramigna e “l’Ayrton” infiammava le tribune.

33 euro pro capite, direi che vale una gita e mannaggia alla mia testa quando ho scordato la macchina fotografica

www.eparlaminte.it

Via Mameli, 33
40026- Imola (BO)
Tel. 0542.30144
E-mail: info@eparlaminte.it

JUBIN: l’(EX) miglior ristorante cinese di Milano

4 Set

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Milano, via Sarpi, la China Town italiana, cicatrice dal lindore scintillante tra corso Sempione e i bastioni: i palazzi del neoclassico milanese e le camicie sintetiche, le Cantine Isola accerchiate, in una lotta silenziosa che i ristoranti cinesi hanno vinto da anni. Jubin  è il capostipite di questa ristorazione sinico-meneghina e per anni è stato IL CINESE di Milano: a chiunque chiedessi “dove posso trovare un buon cinese”, la risposta era immediata e teutonica “Paolo Sarpi – Ju Bin”.

Bene, da un po’ di tempo il ristorante si è ampliato e rinnovato, diventando un transatlantico della cucina asiatica: cinese, sushi, sashimi e thai, manca solo il carrello dei bolliti, ma confido che con la stagione invernale si organizzino, così poi per leggere il menù per intero si prenderà una settimana di ferie. Arredi “asian standard” (linee simil giapponesi, bambù, lanterne rosse), centinaia di metri quadri di tavoli, acquari e piante ornamentali, dove interi battaglioni di camerieri marciano senza posa a velocità che farebbero sentire fuori forma anche Bolt.

Onde rimarcare l’avvenuta integrazione interculturale, Jubin ha destinato un grazioso angolo in vetrina a un’enoteca con una selezione di buoni vini da tutte le regioni italiane, dove organizzano anche degustazioni (a prezzi talmente politici da farti venir voglia di sventolare un libretto rosso per solidarietà) e aperitivi. Un prosecco, una fetta di culatello, una scaglia di parmigiano, tavoli all’aperto nell’isola pedonale con più bici che Shangay e dove non si trova per terra una cicca o una merda di cane neanche a pagarle.

Il lato negativo è che la cucina è a mio avviso sensibilmente peggiorata: ravioli al vapore mal scongelati, wan ton saturi di olio, pollo fritto (male) che promette notti incendiarie, riso visibilmente cotto il giorno prima (o due, tre o chissà).

Peccato: finalmente un ristorante cinese con una cantina vera, a prezzi accessibilissimi, che poi scade nel comprensibile peccato di abbassare la qualità. Questo non deve lasciare adito a facili pregiudizi: l’Italia è piena di pizzerie che dopo alcuni anni di onesto lavoro si sono trasformate in fabbriche del sudore cacofoniche e inguardabili ma, stranamente, sempre colme di clienti sorridenti.

Andateci, poi provate questo e ditemi la differenza.

Ristorante Trattoria Cinese Sushibar Jubin

Via Paolo Sarpi, 11 – angolo via Bramante, 20154 Milano

Telefono : 02.33106728 – 02.3490278 – Fax : 02.33609308

CHIUSO IL MERCOLEDI’

www.ristorantejubin.it

Milano, pausa pranzo: il “Lattughino”. Steve Jobs was here?

2 Set

 

Pranzare al Lattughino è un ascensione verso il bonario snobismo radical della gioventù meneghina: qui non si mangia cibo ma “food” e non si fa consegna a domicilio (squallido orrore da pizzeria!) ma “delivery” di piatti “fusion” molto ben confezionati in “box” assolutamente “bio”. Ogni tanto ci si mangia anche, a quanto ho capito.

Hambuger, “salads”, chicken tikka, fajtas di pollo, centrifughe e, nel puro slang del giovin signore milanese, quant’altro. Un quant’altro sicuramente studiato a dovere: offrire un rifugio palatale alle orde di trentenni alternativi stanchi di cibarsi di kebab, pizze e insalatone (che schifo, vuoi mettere una bella “salad”) e farli sentire al sicuro dai muratori in pausa pranzo e dai discorsi degli impiegati di banca che (a quanto vedo), ogni tanto tolgono la cravatta e si infiltrano di soppiatto.

Ambiente total white, cucina a vista, divani e poltrone, sgabelli: personalità internazionale senz’anima, carattere senza carisma. Ci sono tutte le potenzialità per un luogo di culto, ma ho sempre l’impressione che il cartongesso possa sbriciolarsi di colpo e dietro la lavagna col menù del giorno appaia un grande punto interrogativo.

I piatti sono cucinati con ingredienti biologici (quindi immagino verdura vegetale e non plastica), ma mancano di personalità e talvolta abbondano in pesantezze inutili. La Caesar Salad ad esempio: buono il pollo, niente male il bacon, totalmente inutile lo sperpero di una ricchissima salsa al formaggio grana più adatta ai fegati dei camionisti statunitensi che ai delicati tessuti del web editor che poi mi s’accascia sulla tastiera.

Oppure il chicken tikka, tenero ma un po’ stopposo, malamente carico di curry e difficile da amalgamare con il riso, oppure gli hamburger, molto belli e dimensionalmente appaganti ma dalla carne cotta non alla perfezione, che si sfalda e al secondo boccone trasforma il tuo piatto in una realistica ricostruzione della battaglia di Lipsia.

Molto buono il “Pollo Wrap”, una piadina (così ci capiamo tutti) farcita con striscioline di pollo saltate, formaggio e insalata: certo che a 9.50 euro tende a essere un po’ indigesta.

Vi consiglio di provarlo, specialmente se volete fare colpo su una collega che posta su Instagram anche la foto del proprio iphone, oppure se siete stanchi della pastapannaprosciuttopiselli surgelata del bar sotto l’ufficio, oppure per il piacere di andare in un posto che mette i Korn a manetta alle 13.00 giusto così, perché noi siamo diversi e non ce ne frega un emerito.

Non sto a dilungarmi sul rapporto qualità prezzo, il menù con tanto di prezzi (occazzo, come si dirà in inglese?) sono ben affissi anche in digitale sul loro sito www.lattughino.com.

Chissà se a Steve Jobs sarebbero piaciuti gli (i?) “Sampei Noodles”…

Lattughino Take Out Store (Navigli)
Via A.Ponti (di fronte al civico 1) – Milano
Orari: Lunedì – Venerdì dalle 11.00 alle 16.00 e dalle 19 alle 23.00.
Sabato dalle 11.00 alle 16.00.
Chiuso Sabato sera e Domenica.
Free WiFi

Lattughino Take Out Store & Bistró
Via Anfossi, 2 – Milano
Orari: Lunedì – Sabato dalle 11.00 alle 16.00 e dalle 19 alle 24.00.
Domenica dalle 19.00 alle 24.00
Free WiFi

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