Archivio | ottobre, 2012

Pavia: Antica Osteria del Previ. Trote in carpione, pescatori e lavandaie.

28 Ott

Antica Osteria del Previ, Pavia: un bel 7 tondo. Fuori dalla porta (pardon dall’uscio), si vedono i germani tra i canneti nel fiume, il Ticino, che dopo pochi chilometri più a sud s’inchina a baciare il maestoso e lutulento Po. Siamo sulla riva destra, il Borgobasso del vino sfuso e dei gamberi di fiume, dove un tempo vivevano lavandaie e pescatori, uniti alla città borghese solo da quel sottile Ponte Coperto simbolo della città, travolto dalla guerra nel ’44 e ricostruito dalla paziente mano della bassa lombarda nel ’51.

Si respira un po’ di Fogazzaro e di Lombardia, ma il richiamo al Fiume è troppo forte e la Bassa non mente mai: ferrarese, parmense o pavese tu sia, la nebbia i pioppi e il piacere della tavola li hai nelle vene e li senti nelle ossa.

L’Osteria del Previ sembra una di quelle figurine attaccate alle vecchie cabine del telefono: è lì da quando ti ricordi. Ha sentito le ingiurie del tempo e dei giocatori di briscola, subito le alluvioni, sfamato canottieri, carrettieri e contadini: i suoi anni se li porta bene e non ha niente da dimostrare. La sala sghemba e pulita, i vetri appannati dei caldi aromi di una cucina secolare, i commenti, sempre gli stessi “chissà se domani fiocca”.

Riesling dell’oltrepo (per forza) che ritempra il viandante e si parte.

Affettati d’oca: sublimi. La virtù del prosciutto uniti alla rotondità del salame avrebbero richiesto un pane meno banale.

Trota in carpione: ottima. Anticamente quasi tutti i pesci d’acqua dolce si cucinavano “in carpione” (prima fritti poi marinati con le cipolle) per conservarli a lungo e qui sulle rive del Ticino non se ne faceva certo eccezione. La carne della trota rimane molto delicata all’interno pur assumendo un carattere deciso nella parte lambita dalla marinatura.

Cappellacci del Previ: pasta ripiena di manzo e vitello brasati, cotta nel brodo del bollito e servita con burro e salvia. Ovviamente fatti a mano. Se ne potrebbe mangiare una carrettata senza stancarsene.

Tortino di zucca con funghi chiodini spadellati: la dolce delicatezza della zucca ben si sposa al gusto semplice e boschivo dei chiodini, il tutto legato da una fonduta di formaggio che insaporisce il piatto.

caffè e grappa: 35 euro pro capite

Qualità: 8

Quantità: 7

Qualità\prezzo: 7

Servizio: 7

 

Rimane forse inespresso un fasto che fu, ricordato solo da una carta dei vini preziosa, capace di spaziare dal bianco vivace del territorio alla mescita al Chateau Latour d’annata a 250 euro a boccia, che mal s’abbina alle ampie bracciate delle nutrie che risalgono i gorghi del “ceruleo ticino”.

 

Antica osteria del Previ
Via Milazzo 65 – 27100
Pavia
Tel: 0382 26203

PS

Finito il pranzo, prima di arrancare sugli scalini del ponte deviate pochi metri a sinistra e bevete un branca alla Bocciofila degli Artigiani, dove le risate si mescolano alle Merit e al risotto con le verze e nessuno sa cosa sia un aifon.

 

 

 

 

Trattoria cinese Long Chan, Milano via Paolo Sarpi

23 Ott

Inutile farla lunga. Anche i più reazionari, sciovinisti e conservatori devono cedere alla realtà: i ristoranti etnici fanno parte del panorama gastronomico italiano dell’ultimo ventennio e i cinesi, essendo arrivati per primi, hanno fin da subito conquistato una grossa fetta di mercato, oltre gli immancabili (e talvolta giustificati) pregiudizi riguardanti l’igiene e la provenienza degli ingredienti.

Detto ciò, se non puoi ucciderli fatteli amici. Vi abbiamo parlato di The Corner e del decaduto Ju Bin: oggi ci spostiamo poche decine di metri più in giù, nel cuore di via Paolo Sarpi, la Chinatown italiana, dove tutto si acquista, ad ogni ora, ogni giorno dell’anno.

Al numero 42 troviamo Long Chan, una trattoria ne bella ne brutta: alcuni tavoli fuori, dentro il classico odore di fritto, soia, zenzero e birra. Il menù (spesso come le pagine gialle di Roma da A a L) è diviso in due “piatti cinesi tradizionali” e “cucina cinese italiana”. Così non ci sono dubbi e chiunque è in grado di comprendere che il riso alla cantonese non fa parte della cucina tradizionale cinese, al pari degli involtini primavera e delle nuvole di drago. Se vi piacciono ordinatele pure. Sfogliarlo tutto richiederebbe comunque un pomeriggio, per cui vi consiglio di fare come me e ordinare numeri a caso, per la gioia della piccola cameriera che così si evita finte spiegazioni “come sono le zampe di fenice?” “buone” “ah… perfetto grazie”.

Se siete dei duri potete lanciarvi sulla Zuppa di lingue di anatra, oppure sulle teste di pesce o i piedi di maiale. Io ho preferito lanciarmi su scelte meno hard core e ho ordinato un ottimo manzo ai 5 sapori che altro non è che il classico manzo lesso tagliato sottile e servito con salse: penso sarebbe piaciuto anche a mia nonna, per cui promosso.

Molto buono il maiale con verdure, le polpette fritte di granchio e il granchio con zenzero e cipollotti: in generale ho visto i miei commensali soddisfatti anche perchè da Long Chan non lesinano sulle porzioni e il conto è, se si rimane sul menù cinese, molto basso. Parliamo di 4 euro circa per un piatto, quindi con 20 euro pro capita si organizza un pranzo domenicale di quelli duri. Inoltre permette a ognuno di noi di sfogare per un’ora il proprio desiderio di esotismo e di sentirsi mooolto internazionali, il che è sempre buono per l’autostima.

Posso assolutamente metterlo tra i migliori cinque cinesi di Milano, al pari dei loro vicini, di cui parleremo a breve. Il personale è discretamente cortese, sulla questione della qualità delle materie prime non mi pronuncio, al momento sono ancora qui.

 

Long Chan

Via Paolo Sarpi, angolo Via Aleardo Aleardi 
20154 Milano, 
+39 023311098 

Foto: Rosella Verdiglione via web.stagram.com

Roma: piazzale tiburtino. La Taverna de Pasquino

14 Ott

La Taverna de Pasquino a piazzale tiburtino sorge pochi metri al di là dell’antico pomerium: dai suoi tavoli si vede quel tratto di mura aureliane da cui parte la tiburtina. Sempre dritto e arrivi a Tivoli, nel frattempo il quartiere San Lorenzo, le sue mille osterie, pizze al taglio (alla pala, se dice da ste parti), peroni da 66 e hipster, punkabbestia, cani e sudore.

La Taverna de Pasquino è un piccolo deja vu: 100 anni fa era già un’osteria per carrettieri, una taverna appunto. Vino alla mescita dei castelli, pajata, gricia allo stile dei pastori abruzzesi. Poi la guerra e il seminterrato trasformato in rifugio antiaereo, il famoso bombardamento di San Lorenzo, gli americani e tutta la storia della Roma contemporanea che scorre tra un bicchiere di vino, nannarella, una matriciana e un mortacci tua. Odore di Pasolini, Thomas Milian e di pasquinate cortesi: scompare la tovaglia a scacchi arrivano runner in tessuto e bicchieri gioiosamente spaiati.

Nuova gestione da pochi mesi. Via la robaccia da turisti, si torna alla pasta tirata a mano, alle coratelle e si, anche alla pizza, ma buona.  Arrosticini d’agnello belli croccanti, rigorosamente venduti a mazzi da 10, bruschette con le regalìe (interiora), crema di peperoni. Pasta di farro (“se la ponno magnà pure i celiachi”) alla matriciana o con il ragù di cinghiale: buona, soda, grezza e porosa. Invita alla calma, alla degustazione, a un altro bicchiere di rosso con gli amici.

Caraffe, botti, pietra grezza: l’orgoglio del giovane titolare “proponiamo la classica cucina romana ma rivisitata”. Lasciamo le rivisitazioni a piazza Navona e alle “genialità” trasteverine e teniamoci stretta la carbonara “de na vorta”. 25 euro a testa circa, grande soddisfazione. E preghiamo sia immune dalla corruzione che colpisce i tanti, troppi, emuli della Sora Lella.

Piazzale Tiburtino, 17/18
00185 Roma
Quartiere: Termini

tel: 06 4461496

 

 

Milano: Osteria Genovese U-Barba. Siamo tornati. Purtroppo.

2 Ott

Da tempo avevamo un sogno: avere uno spazio a Milano dove proporre la cucina genovese, quella vera, quella di casa, quella del pranzo con la famiglia con gli amici.” Questi i nobili proponimenti dei titolari di U -Barba in via Decembrio a Milano: era la sesta volta che andavo a cena lì negli ultimi due anni e, purtroppo devo assolutamente modificare in peggio la mia precedente recensione.

Avevo sempre considerato U-Barba come il ristorante senza troppe pretese dall’ambiente gradevole dove portare tavolate numerose (come feci in passato e mai più farò): antipasti misti per tutti, vino in caraffa, trofie e casino in libertà. Bene, la novità è che oltre ai pregevoli oggetti di modernariato la cucina ha virato in direzione proletaria e si è trasformata in una mensa.

U-Barba mi si è trasformato in U-Boat (spiace dirlo perché i titolari sono peraltro persone educate e piacevoli) e mi ha lanciato un siluro notevolissimo che si è conficcato dove fa più male esplicitandosi come segue:

Antipasti:

Focaccia di Recco: gustosa, per carità, ma 9 euro a porzione mi sembra follia.

Alici ripiene: buone, ma 4 alici a porzione mi sembra di cui sopra.

Farinata: insomma

Primi (aiha…):

Ravioli ripieni di pesce: inqualificabili. L’aspetto era scialbo, deludente. Ho assaggiato il piatto da due commensali e tutti e tre abbiamo concordato su un punto fondamentale: quelli di Giovanni Rana son di gran lunga migliori.

Secondi:

Qui si arriva al parossismo: uno dei ragazzi in sala, con convinzione: “Stoccafisso? Signori per chi è lo stoccafisso?”

“Giovane guarda che quello è polpo, lo stoccafisso ha un’altra faccia…”

“Ah…”

Dopo il siparietto, lo stoccapolpo (nuova specie ittica) è stata servito: non ho avuto cuore di assaggiarlo perché mi ricordava i giochini gommosi regalavo a mio cugino. Le espressioni delle mie amiche mentre lo masticavano (sempre siano ancora mia amiche), erano comunque eloquenti. Mi sono invece diretto sul coniglio alla ligure, che altre volte mi aveva favorevolmente stupito: il sapore era buono ma una delle due cosce era irrimediabilmente cruda all’interno e, fosse stato manzo, volentieri, ma il coniglio crudo, anche no.

L’ho fatto fatto cortesemente notare a uno dei ragazzi: ha immediatamente mostrato un’espressione affranta, poi è sculettato via canticchiando. C’est la vie…

38 euro pro capite, per due piatti a testa, 4 litri di vino in 8, caffè e due bicchierini di Erba Luiga, l’unico amaro della casa.

Erano 10 mesi esatti che non tornavo da U-Barba: la mia prossima visita sarà tra 10 anni, quando il locale tornerà ad essere solo una bocciofila: posso comunque garantire che il locale continua ad avere (buon per loro) una nutrita ed entusiasta clientela che continua a sostenere che il vino della casa sia “carino” e le trofie “simpatiche”….

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