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Caffè delle Passioni, Modena: il bohémien che non ti aspetti.

13 Set

Metti una cena in trasferta a casa di un amico e il tempo piovigginoso, mettici pure la prematura ultima goccia di vino ed ecco che la città si trasforma in un posto esotico da esplorare con attenzione e sguardo curioso.

Così arrivi al Caffè delle Passioni, Modena, zona ex-industriale dal fascino vagamente inquietante ma totalmente in via di recupero.

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Punto di forza del locale è l’ampio spazio esterno con tavolini in legno e ferro, ombrelloni, lanterne in carta, barattoli liberati dalla marmellata per diventare portacandele, tappeti di puro sacco di juta (una volta contenenti caffè brasiliano), pouf in tessuto e grandi cuscini a terra. Un insieme altamente creativo che trasmette subito accoglienza.

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Gli interni poi sfruttano bene il grande spazio dai soffitti alti e danno vita all’arredamento bohémien e di recupero in un mix che contraddistingue questo locale, riuscito e ben amalgamato.

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Lampadari in cristallo, divanetti e divani consumati dal tempo, tappeti, seggiole e poltroncine molto chic e molto vintage, tavoli ricavati da vecchissime assi, librerie cariche di riviste e titoli interessanti a disposizione. C’è tutto per una totale declinazione di un minuzioso manuale di interior design, assai attuale.

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Al Caffè delle Passioni si passa il tempo piacevolmente, accompagnati da una selezione musicale doc ma anche da concerti live e si può mangiare piatti originali, con quel pizzico di creatività in più. Noi abbiamo solo bevuto qualcosa dopo cena ma il posto ci è piaciuto molto. Si vede e si percepisce che nasce da una vera passione.

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Via Carlo Sigonio, 382, Modena

tel. 366/9276018 – caffedellepassioni@gmail.com

dal mercoledì alla domenica, 17.30/1.00

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Nei dintorni

il Duomo, esempio di romanico riccamente decorato e molto ben conservato, La Ghirlandina, torre campanaria e simbolo della città, Piazza Grande (tutti inseriti nella lista UNESCO come patrimonio dell’Umanità), il Palazzo Ducale, sede della prestigiosa Accademia Militare di Modena, la Porta della Pescheria sulla Via Emilia.

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Pescheria San Gervasio, la Bologna che (r)esiste.

25 Ago

Evitando le buche più dure e saltellando a zig-zag tra gli immensi lavori del “cantierone” di Via Ugo Bassi ci si imbatte nel Mercato delle Erbe. Una bella struttura ricavata dalla vecchia caserma di San Gervasio sulla pianta dell’antica chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio, attualmente rianimata da diverse botteghe dotate anche di cucina.

Ma per l’assolata giornata estiva che esigeva posti all’aperto e per le proposte del menù e l’accogliente dehors, la nostra attenzione è stata richiamata dalla Pescheria San Gervasio, proprio adiacente al mercato.

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In cima a qualche scalino consunto e sotto un bel portico, uno dei tanti suggestivi della città, arrampicati sugli sgabelli e circondati dall’operoso andirivieni dell’antistante mercato ci siamo concessi un aperitivo in calice gentilmente accompagnato da qualche tapas in bicchierino, alici sott’olio (buonissime), mini peperoni ripieni e tocchetti di feta condita.

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L’interessante carta dei vini e il menù di fresco del giorno hanno fatto il resto, convincendoci di rimanere anche per il pranzo.

Assistiti dai modi schietti e decisi della titolare, occhi chiari e profondi che non permettono di titubare, abbiamo fatto la nostra rapida e convinta scelta. E per fortuna, dal momento che il locale si è riempito subito, animandosi di “comande” e chiacchiericci rilassati del sabato mattina.

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Alici fritte, appena infarinate e tuffate nell’olio bollente, croccanti e freschissime come le deliziose polpettine di pesce.

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Guazzetto di polpo con cous cous dal gusto deciso ottenuto senza inutili aggiunte di sapori, piatto appena appena un po’ asciutto ma assolutamente genuino e gradevole. Polpo alla gallega, piccante e tenero su un consistente letto di patate lesse, così come vuole la tradizione galiziana. D’accompagnamento verdure alla griglia e una bottiglia ben consigliata di Rosè Negroamaro L’Astore, servito freddo alla perfezione.

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polpo alla gallega

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guazzetto di polpo e cous cous

Cucina fresca e semplice, materie prime di qualità, buon vino, servizio pronto e cordiale. Aperitivo con tapas, cinque portate e un’ottima bottiglia di vino, circa 35 euro a testa. Palato e umore pienamente soddisfatti.

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Pescheria San Gervasio, Via Belvedere 13/d

tel. 051.262189

chiuso domenica e lunedì

www.pescheriasangervasio.it

facebook

Nei dintorni:

il Mercato delle Erbe, i portici del centro, un notevole dipinto di Ludovico Carracci nella Chiesa dei Filippini di Via Manzoni, il magnifico Voltone del Podestà su Piazza Maggiore.

Aperitivi a Milano: Panika, il “bar sotto casa”, ma col vino giusto

20 Apr

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Non è facile districarsi nel ginepraio di Brera, quadrilatero meneghino dell’aperitivo: l’esploratore incauto rischia duro, tra happy hours truffaldine ed enoteche invitanti quanto sirene odissiache ma altrettanto mendaci al momento del conto. Una tra queste è l’Ombra de Vin, tanto amata dai sopravvissuti della Milano da Bere, dove un calice viaggia attorno agli 8 euro, trovare uno scranno è un miraggio e conquistare un oliva più difficile che scavalcare i cancelli a San Siro.

Avventurandosi verso la parte vecchia di via San Marco, dove l’ex naviglio è stato trasformato in giardino (la Conca delle Gabelle), si trova un baretto discreto, un buchetto da caffé e via che malgrado le apparenze non modaiole rivela un’anima piacevole e contenuti sinceri. Si tratta del Panika, un locale con solo un anno di vita ricavato in una nicchia dell’adiacente enoteca Cotti, mecca del buon vino e del bon vivre.

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Quattro (giovani) amici al bar: una scommessa di un poker di ventenni che ha ristrutturato con piacevole sobrietà pochi metri quadri soppalcati, creando dal nulla una vera alternativa alle tante fregature della zona. Croissant farciti al momento alla mattina, caffé ottimo (a 80 cents e non è poco), panini maestosi a pranzo, spritz e negroni dalle 18.00 in poi. Il tutto guarnito da una colonna sonora giusta (classic rock in primis) e tanti sorrisi, che pur essendo gratuiti da altre parti sono una rarità.

Prezzi periferici per una location centralissima, vini ottimi selezionati dai fornitissimi vicini: poco spazio per sedersi ma tente occasioni per fare nuove amicizie. Da provare.

Aperitivo a Milano: “Cantine Isola” di via Paolo Sarpi. La garanzia del demodé.

12 Gen

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Le Cantine Isola sono l’ultima enclave neolatina nel Mar Giallo della Chinatown milanese: un locale che definirlo storico è un insulto. Provato dal tempo e dai clienti, dal 1896 qui si servono vini alla mescita e in bottiglia con la calma di chi sa che il tempo è a proprio vantaggio. Frequentato da anziani, studenti, coppie, tutti accaniti nella medesima lotta per raggiungere la barra nell’ora di punta e conquistare un Nebbiolo e, magari, una fetta di salame.

Enoteca famosissima di cui hanno scritto tutti, dal National Geographic in giù: una mia recensione non ne alimenterà certo la fama ne offuscherà la gloria, ma un paio di considerazioni posso anche condividerle. Ambiente cosparso di negligenza: avvisi alla clientela solo a penna e solo su fogli di recupero appiccicati alla come viene (tra cui spicca la traduzione in cinese di “spingere” all’ingresso, tanto per ricordare sempre dove siamo), striscioline di carta davanti alla bocchetta del riscaldamento come nemmeno nei seminterrati dell’Inps, vetrina colma di gioielli appoggiati così, in un’esposizione senza nessun gusto ne pretesa.

Le Cantine Isola sono colme: di ricordi, di gente, di bottiglie, di odori, di macchie. Alcuni le trovano di un fascino irresistibile, il famoso “come una volta”. Una volta non c’ero, ma dubito fosse così (e non significa sia un male). Si beve bene, dai 5 euro in su al bicchiere; un Franciacorta 6 euro e 20, non è male. Il buffet dell’aperitivo non è un buffet e forse non ha la pretesa: crostini con i formaggi, pane e cipolla, salame, olive, non si viene qui per cenare, ne tanto meno per star seduti ore dal momento che all’interno ci son due tavolini rachitici. E’ un posto da vivere in piedi, o seduto all’esterno, dove forse anche il timoroso e il riservato possono trovare la voglia di appoggiare il corriere e scambiare due battute.

Rimanendo nel genere continuo a preferire l’Enoteca Bulloni di piazzale Aquileia, ma tanto si trova dalla parte opposta del centro e in fin dei conti nel mio cuore c’è spazio anche per due…

Milano, Corso Garibaldi: Gastronomia con Cucina Parma&Co. Siamo tornati

27 Set

 

Alcuni giorni fa avevo scritto un post preambolare su Parma&Co, convincente (ora posso dirlo), realtà gastronomica milanese fondata su solidi pilastri parmigiani: all’insaputa del gentile titolare, io e altri arditi della forchetta abbiamo organizzato un’agguerrita incursione serale dalla quale siamo usciti assolutamente soddisfatti.

Brevemente: Parma&Co NON è un “fake” (scusate la ma la bibbia del blogger prevede almeno un anglismo a post), anzi è più realista del re. Tradotto: difficilmente nello stesso centro di Parma troverete una selezione cosi accurata di salumi ed etichette, senza dimenticare che i tortelli d’erbetta rasentano la perfezione.

Ci siamo accomodati con occhio ipercritico e spirito di samurai, pronti a fustigare anche la più piccola manchevolezza.

Servizio: voto 8. Preciso, cordiale e senza sbavature.

Antipasti: 9 La selezione di salumi di maiale nero meriterebbe un nobel per la norcineria. E’ un piatto che non va trangugiato, ma degustato, partendo dai sapori più delicati, come il culatello (commovente) e la spalla cotta, per poi passare a quelli più decisi, come la coppa, lo strolghino fresco, il lardo e la mortadella. Quest’ultima (una critica almeno la devo mettere) era ottima, ma secondo me evitabile, nel senso che non è un classico della “food valley”, ma un estro dei bolognesi papisti. Tutto ciò doviziosamente accompagnato da una torta fritta (la nostra versione del gnocco fritto, cambia solo il nome), croccante e dalla frittura perfetta.

Giusto per non essere colti da debolezza abbiamo chiesto anche due scaglie di parmigiano di vacca nera: una prelibatezza che va capita. Se vi piace il grana del supermercato, non ordinatelo.

Primi: 8 Abbiamo optato per i classici tortelli d’erbetta (e ricotta), un caposaldo della cucina parmense tanto diffuso, quanto, purtroppo, spesso bistrattato. Premetto che non è un piatto per deboli: il tortello deve essere ricco, sia nel ripieno, sia nella mantecatura a base di burro e formaggio (indovinate che formaggio?), qui erano ben presentati, freschi, cotti alla perfezione (pasta consistente ma non dura e ripieno tenerissimo) e, gradita sorpresa, abbondanti.

Secondi: purtroppo abbiamo dovuto fermarci ai primi per non tramutare il convivio in baccanale… ma torneremo.

Ambiente: 8 Come già detto nel precedente post, molto gradevole. Passare dalle sfilate bovine di Corso Como all’elegante quiete di Corso Garibaldi è questione di 5 minuti a piedi, ma pare di cambiare città.

Qualità\Prezzo: 7.5 Non è propriamente un low cost. Ma non potrebbe nemmeno esserlo con la qualità delle materie prime proposte. Inoltre il posizionamento centralissimo immagino imponga spese diverse dall’osteria della bassa. Comunque c’è sicuramente la volontà, e si vede, di servire ottimi prodotti a prezzi giusti, tenendo anche presente che normalmente in centro a Milano si paga tanto e si mangia mediocremente. Speriamo il vento non cambi.

Lo consiglio sia per un pranzo di lavoro, per il turista sconsolato dalla mediocrità della cotoletta comune, per una cena tra amici di quelle “dure”

Per il menù completo potete consultare il sito web.

Parma&Co Gastronomia con Cucina

Via Delio Tessa, 2 | ang. Corso Garibaldi, Milano.
0289096720

PS

Errata corrige dal post precedente, il lambrusco (Alinovi), costa 3 euro al bicchiere, non 4. Verdi non è morto, evviva Verdi!

Parma: osteria Oste Magno. Tortelli, lambrusco e la Rivoluzione…

23 Set

 

Parma, borgo Angelo Mazza, carrugio che dal clamore pomeridiano di via Cavour instrada il passante verso la bellezza classica del Teatro Regio. Qui sorge, sulle ceneri del fangoso bar Ernesto, l’Oste Magno, esperimento gastronomico e sociale unico per Parma, ma non necessariamente riuscito, sempre che ci fosse alla base un piano.

Dilungarsi sulle implicazioni sociali di un locale che affonda le sue radici nello spirito post sessantottino dei due titolari, permeato però di tradizione parmigiana e con scorci internazionali (sti?) richiederebbe un pamphlet di un centinaio di pagine per cui limitiamoci a dire che qui i poster di Che Guevara anticati osservano benevolmente i tortelli d’erbetta e i taglieri di spalla cotta trangugiati con dovizia da una clientela un po’ radical ma eterogenea, che abbraccia lo studente in cerca del panino giusto (volutamente contrapposto al Panino Ingiusto di Milano), il fotografo dilettante e “l’omet” con coppola amante del lambrusco e dell’ultima pagina della Gazzetta (di Parma, quella dei necrologi).

Pregi: locale onesto, che non finge. Dalla vetrina si evince che l’Oste Magno non offre ricercatezza o grandi esperienze gastronomiche, ma sostanza, celerità e qualità a prezzi non elevati. Il lambrusco è, nero, corposo e si beve a consumo: se non finisci la boccia ti scalano dal conto i bicchieri non bevuti, l’acqua è gratuita, non si paga il coperto. Il salume è buono, sia il prosciutto, che la coppa, tanto quanto il salame e la spalla. Emerge la gola che si scioglie letteralmente in bocca e si sposa meravigliosamente con il pane di segale. L’ambiente è accogliente come il tinello (si, ho scritto proprio tinello) di una vecchia nonna, ispira chiacchiere e buone bevute, i titolari sono educati ma spicci e ti spiegano subito le regole del gioco: le bevande si vanno a prendere al bancone, il pane te lo tagli con le tue manine sante, gli antipasti sono self service. Inoltre l’Oste Magno è uno degli ormai rarissimo locali che,  oltre agli onnipresenti tortelli, offre piatti antichi, come la vecchia di cavallo (vi spiegherò un’altra volta cos’è) o il pesto.

Difetti: i tortelli son fatti in casa, ma surgelati. Ciò non deve stupire, mi scriva chi conosce tutt’ora ristoranti in cui lo chef si mette di buon’umore tutte le mattine alle 6 a far la pasta ripiena senza farla pagare cifre londinesi. Il problema è che il freddo dell’abbattimento rende fragili i tortelli e pone lo storico dilemma: cuocerli poco (come in questo caso) e mantenere la pasta troppo secca, o abbondare e rischiare che si rompano (horribile visu!!) vanificando un lavoro che richiede tempo e manualità? Non erano male, ma 8 euro per sei tortelli serviti sui piatti omaggio della Mulino Bianco (alcuni lo trovano irresistibilmente vintage) è francamente troppo.

La franchezza dei titolari attrae ma repelle allo stesso tempo: il teorico del “lavoro, guadagno, spendo pretendo” qui è meglio non metta piede.

La velocità del servizio è assolutamente indicata per un pranzo, ma non conciliabile con il Trimalchione che vede nella tavola un momento di convivialità da protrarsi per ore.

Sono uscito dall’Oste Magno ben nutrito e con l’impressione di non essere stato né maltratto né spennato: 50 euro in tre per un pranzo di sostanza sono spendibilissimi se rapportati all’inutilità dell’insalatona del bar sotto l’ufficio.

Consigliato per aperitivi rinforzati, pranzi con gli amici, nocini e grappe da seconda serata accompagnate da rock anni ‘60, sconsigliato ai senza spirito, ai lamentosi e agli indecisi.

Milano, Corso Garibaldi: salumeria parmigiana Parma&Co “Giuseppe Verdi l’è mort!…”

19 Set

…Tuonava il nano Rigoletto nella scena iniziale di ‘900 di Bertolucci. E Giuseppe Verdi avrebbe penso apprezzato gli splendidi culatelli e prosciutti che ingentiliscono le meneghine mura di Parma&Co (Co.mpany? Co.lorno? Co.jon?), ultima perla di Corso Garibaldi, salotto all’aperto di Milano, le cui poltrone son però macchiate dall’unto di alcuni locali di bassa lega (di cui parleremo poi…), pizzerie grottesche e bar indisponenti.

Ma tornando a Verdi, penso che il Giuseppone, dopo aver delibato l’ottimo lambrusco (in rigoroso bicchiere Duralex da osteria), al momento del conto avrebbe esclamato al simpatico titolare: “Veh, l’omén, sit normel?”, che non necessita di traduzione, o perlomeno, una volta specificato che il suddetto lambrusco viene servito a 4 euri a bicchiere, se ne intuisce il senso.

Locale luminoso, arioso, dominato dall’immancabile Berkel e impreziosito da un balcone ottocentesco pregevole. Parma&Co. (e che do’ bali cla “&” chi…) ha anche il pregio non solo di aver eliminato dalla circolazione uno dei bar più anonimi della Milano da bare, ma anche (ovvio) di diffondere nel mondo la traduzione culinaria della food valley, cui, forse i più arguti di voi l’avranno intuito, sono particolarmente legato.

Tornerò agguerrito a testare il menù che, a prima vista, sembra un felice connubio tra la tradizione (tortelli d’erbetta, di patate, cappelletti in brodo etc etc) e qualche concessione alla cucina internazionale imperante nell’altro Ducato, quello sforzesco e visconteo. Assaggerò il fiocchetto affumicato in insalata di patate e fagiolini, che tanto mi suona di ricetta casalinga esportata, ma soprattutto valuterò il cotechino, unico metro di paragone per concedere a un locale il titolo di Alfiere del Gusto parmense (perché non parmigiano? Poi un giorno ve lo spiegherò…) .

Nel frattempo continuate così.

Parma&Co Gastronomia con Cucina

Via Delio Tessa, 2 | ang. Corso Garibaldi, Milano.
0289096720

TOLMEZZO, ENOTECA AL BORGAT – CAMMINANDO SULLA VIA JULIA

27 Ago

TOLMEZZO, ENOTECA AL BORGAT – CAMMINANDO SULLA VIA JULIA

Nel ‘700 il “Borgat” era il borgo corrotto e vizioso di Tolmezzo, antico snodo transalpe del cammino tra il Nord e il Sud e, al tempo, fiorente cittadina industriale specializzata nel tessile. L’attuale enoteca che ne prende il nome era la locanda che serviva minestra calda e riposo a viandanti, indigenti e donne di malaffare. Di tutto questo oggi Al Borgat rimane impregnata la lunga tradizione di cucina e l’attenzione alle radici e all’ospitalità.

Si è accolti da pareti tappezzate di casse e bottiglie di vino, una vera collezione d’antan, tavoli e panche di legno consunto e un sentore di cantina che invita al “tajut” ma che diventa presto un viaggio ampio e sincero tra i gusti dell’uva.

La carta dei vini è di tutto rispetto e copre tutte le regioni italiane ma di certo non si può che spaziare tra le vigne dei colli orientali del Friuli.

Il Borgat propone anche degustazioni ad hoc, che cambiano ogni settimana, e nell’offerta traspare una certa compitezza e meticolosità, nel senso che qui è bene parlare di vino con cognizione ed è meglio non lanciarsi in conversazioni da sommelier senza averne la cultura.

Antipasti

Dalla cucina il vero trionfo è in apertura con taglieri di salumi e formaggi che testimoniano la gran varietà e genuinità dei prodotti di malga, accompagnati da fette di polenta dura e integrale.

Tra i formaggi serviti, tutti ottimi, troviamo quelli di malga e latteria freschi, mezzani e stravecchi, formadi frant (miscela di formaggi frantumati e fermentati assieme al pepe), scuete fumade, una punta di frico duro cioè quello nella versione croccante proposto anche come secondo piatto e alternativa curiosa alla classica versione morbida all’interno.

Tra i salumi, contraddistinti da leggera salatura e lieve affumicatura, effettuate seguendo le regole tramandate da generazioni con l’utilizzo di legna di faggio, si mangia salame, pancetta arrotolata dolce e guanciale affumicati, Speck di Sauris, muset fumat (diciamo una gustosa salsiccia affumicata), prosciutto crudo montano stagionato 12/16 mesi.

Primi piatti

Fagottini alle pere conditi con burro fuso e scuete fumade (ricotta dura affumicata), insulto a undici mesi di dieta ma di grande soddisfazione!

Non siamo andati oltre perché i piatti erano davvero stracolmi.

Se poi riuscite a entrare nelle simpatie della titolare vi portate a casa anche il gusto forte e deciso dei liquori distillati in proprio come quello al sedano che ci è piaciuto davvero tantissimo. Ma abbiamo scoperto che, gelosamente nascosti, tiene anche quelli alla bardana e genziana… motivo in più per tornare presto Al Borgat.

Consiglio: dopo tale sostanza, aspettare almeno 3 ore e mezza prima di tuffarsi nelle limpide e gelide acque del Lago di Chiavazzo.

n.b L’enoteca Al Borgat si è meritata nel 2011 la targa “Qui si mangia friulano”, emblema del progetto che vede unita la Cciaa alle associazioni di categoria (Cia, Confagricoltura, Coldiretti, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Confcooperative e Lega Coop) per la promozione di una rete di cibo e cucina di qualità, per la valorizzazione turistica e la promozione del territorio.

antipasto: tagliere di affettati e formaggi locali con polenta

primo: fagottini alle pere burro fuso e salvia

Prezzi: intorno ai 30 euro bevendo vini di buon livello

qualità/prezzo: buono

cortesia: voto buono

Trattoria Al Borgat – P.za Giuseppe Mazzini, 7/B – 33028 Tolmezzo – 0433.40372

Milano: Enoteca Bottiglieria Bulloni di Piazza Aquileia.

30 Lug

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L’enoteca Bulloni guarda il carcere di San Vittore da quasi 80 anni: è stata inaugurata nel ’33 ed è un locale a due velocità. La prima è la velocità meneghina, quella che ha tempo di entrare per un negroni o una bicicletta, ingoiare due tartine e poi via; la seconda è quella storica, è la placidità che si annida tra i pori del bancone di marmo e le crepe degli scaffali di legno. E’ la velocità del vino stesso, sostanza divina che non ha mai fretta e si addice all’uomo ponderato, al meditabondo epicureo che qui entra, ordina e sorseggia col deretano al caldo d’inverno e la testa all’ombra d’estate.

Da Bulloni si trovano vini buoni e d’ogni prezzo. Si può partire con un prosecchino o un bianco leggero per 3 euro a bicchiere per salire fino alle stelle, nell’iperuranio dell’enologia, dove le opere d’arte in bottiglia rendono felice l’uomo, ricco non solo di spirito, che sa apprezzarle.

La clientela è composita: cariatidi appoggiate al bancone da 50 anni, giovani studenti che abitano nelle vicinanze, manager intelligenti che lo preferiscono ai locali insipidi delle Colonne di San Lorenzo e ai loro aperitivi indigeribili. Da Bulloni si possono mangiare salumi e formaggi piuttosto ricercati, cose buone adatte ad accompagnare il buon vino.

Entrando si nota un grande mosaico, opera del futurista Prampolini, una sorta di inno a Bacco e all’amicizia: un’opera d’arte sotto cui lavorano con passione i due rubizzi titolari, gente che di vino se ne intende e si vede. Andateci prima di cena e vedrete quanto saprete resistere alla tentazione di uscire con una bottiglia in mano….

Enoteca Bulloni

VIA LIPARI 2
20144 – MILANO (MI)

Tel. 0248003155

Milano, enoteca That’s Wine: aperitivo mon amour

22 Mag

Non il Duomo, ne il Pirellone, ne tantomeno le vetrine di via Montenapoleone o i tamarri di corso Como rappresentano la “mia” Milano. Preferisco la timidezza della Rotonda della Besana, la purezza commercializzata di San Lorenzo e la bruttezza ostentata della Torre Velasca, che il Daily, inutilmente crudele, definì l’edificio più brutto del mondo, senza comprendere (volutamente a mio avviso) l’anima di quel grattacielo figlio degli anni ’50, che guardava all’America e faceva di Milano la New York d’Italia e di quella torre un Empire State Building e un faro per i tanti nuovi immigrati.
Al piano terra, in un angolino, quasi avesse paura di disturbare, That’s Wine. Enoteca e piccola cucina, ma principalmente ritrovo e luogo d’incontri. Il turista non ne sospetta nemmeno l’esistenza, il virtuoso dell’aperitivo non frequenta queste lande centralissime ma  deserte dopo le 20 e si sposta in Brera o sui Navigli o ancor meglio all’Isola.

Un ritrovo, dicevamo, un bar di paese senza briscola ne biliardo ma con ottimi vini e buon cibo: bere un negroni dopo l’ufficio e vedere qualche faccia conosciuta, entrare solo e uscire con nuovi amici, questo lo spirito di That’s Wine. Arredamento curato ma vissuto, un ambiente invecchiato, con stile, assieme ai clienti.
Inutile o quasi citare i nomi illustri di una cantina ampia e munita, che può farvi viaggiare attraverso le meraviglie della Franciacorta passando per il Veneto, la Champagne, l’Altoadige, senza dimenticare la Sicilia e, ovviamente sua maestà la Toscana.
E mentre si condivide il piacere del vino perché non assaporare una fetta di prosciutto o una mozzarella di bufala? Dopo tante serate passate ad osservare folle inebetite accalcarsi per un trancio di pizza o una badilata di trofie (rigorosamente fredde) al pesto, è rilassante sedersi e attendere di essere serviti al tavolo dai titolari, veri professionisti dell’enologia ma anche dello stare al mondo: cortesi, veloci e loquaci solo quando serve.
Sarà facile lasciarsi convincere a fermarsi a cena: niente cucina ma solo piatti pronti. Orrore!?
No, nemmeno per sogno. Tartare di manzo freschissime, salmone affumicato e insalata, burrate, roast beef e meravigliosi semifreddi acquistati in una vicina pasticceria: di necessità Virtù con la V ben in vista.
Se siete fortunati potrete anche capitare in una di quelle serate in qui uno degli abituali, dentista di fama e chef dilettante, scende con una pentola fumante di cassoeula o di risotto e sorridente si mette a scodellarla a chi gli si para davanti.
I prezzi? Onesti. Siamo a 5 minuti a piedi dal Duomo: qui si trova qualità a prezzi adeguati.
Ma tenete a mente un paio di consigli: come in tutti i “club” la vera convenienza  (quindi gli sconti…) è proporzionale all’assiduità della frequentazione.
Inoltre guardate il calendario di coppa dell’Inter prima di prenotare un’eventuale cena romantica. Non siete tifosi? Appunto, uomo avvisato…

Enoteca That's Wine

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