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Milano, via Solferino: ristorante indiano Rangoli

16 Lug

 

Ero stato al Rangoli (in via Solferino, a pochi passi dalla sede del Corriere) in una fredda serata invernale di alcuni anni fa e non mi aveva colpito favorevolmente: troppo casino e troppa brutta gente, in primis Massimo Giletti e compagna canottabile, gonfia di botox.

La cucina non era male, per cui ho deciso di riprovare e devo dire che è un buon ristorante, che merita di entrare nella top five dell’amplissima offerta della ristorazione indo-meneghina, che approfondiremo più avanti. Ingresso notevole con un antico (?) portale indiano che divide il “di qua” del centro milanese da un “di là” arredato con opulenza, con pesanti tavoli in legno intarsiato, divanetti rivestiti di seta, l’immancabile pantheon di divinità e l’inevitabile mix di aromi che colpiscono piacevolmente l’olfatto dell’affamato ma che aggrediscono inesorabilmente abiti e messe in piega. L’indiano non perdona e la cucina a vista, in questo caso, è forse un handicap.

Optiamo per due “chef course”, degustazioni di famose specialità indiane, utili per paragonare il Rangoli ad altri concorrenti.

Quindi gas a martello e si parte con degli ottimi samosa di agnello, pakora e dei bocconcini di pollo in pastella molto gradevoli ma che ricordavano pericolosamente i nuggets…

Come piatti principali un gustoso mutton murgha (agnello speziato), pollo marinato con spezie, lenticchie, riso, cavolfiori, e pane al formaggio. Tutto ben eseguito e dai sapori ben bilanciati: non conosco le ricette originali, ma posso dire che, rispetto ad altre esperienze non solo in Italia, al Rangoli ho mangiato piatti piuttosto delicati e senza quella a volte fastidiosa preponderanza di spezie che può infastidire i nostri stomaci allevati a maccheroni e cotolette.

Qualche critica? Il cameriere molto gentile ma piuttosto impacciato nel gestire l’abbondanza di piatti rapportata alla superficie del tavolo, ha creato simpatici balletti “per favore signore tieni qua, per favore sposta là, metto questo lì” che alla terza portata iniziano anche a rompere un po’ i coglioni.

Inoltre il day after può essere problematico (come già accennato) per tutto colori che non amano sentire gli effluvi del tandoori o del chicken tikka nei propri capelli e abiti.

Qualità prezzo: 40 euro a testa compresi vino (un buon rosè veneto) e liquori indiano. Non è poco, ma la cucina indiana, in Italia, si è ricavata uno spazio di mercato differente da quella cinese o dell’estremo oriente. La degustazione che abbiamo scelto (30 euro ciascuna), mi ha lasciato sazio e soddisfatto e l’ampia presenza di clientela indiana mi fa pensare che ci sia una certa cura nel riproporre le ricette originali. Inoltre non dimentichiamo che il centro storico di Milano non perdona…

Il Rangoli si merita:

AMBIENTE: 8

CUCINA: 8

SERVIZIO: 6

QUALITA’/QUANTITA’/PREZZO: 7

 

Rangoli

Via Solferino 36
Milano
02 29005333
Giorni di chiusura: nessuno
www.rangoli.it

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L’ex anima Hindi di Trastevere: Roma, ristorante indiano Surya Mahal

29 Mag

E’ piacevole sapere che esistono sicurezze nelle eccezioni. Ognuno di noi è legato a luoghi, tra cui ristoranti, cui concede la propria fiducia e dove sa di potersi fidare incondizionatamente anche consigliando questi luoghi a conoscenti e persone care.
Dopo anni di assidua e piacevole frequentazione avevo aggiunto al novero dei miei evergreen anche il Surya Mahal di Roma. Un epocale cambiamento dei tempi per un tradizionalista incallito come me: una piccola roccaforte tandoori si era fatta spazio nel mio cuore emiliano, il pollo vindaloo aveva preso timidamente spazio al fianco dei tortelli d’erbetta, le mariole, i vescovi, gli stracotti con polenta e sua maestà il Culatello.

Purtroppo però la roccaforte è crollata. Il Surya Mahal non esiste più e sulle sue ceneri è sorto Sotto Sopra, focacceria e cucina che sfrutta al massimo i bellissimi spazi su due piani del fu tempio della cucina indiana a Roma.

Sulla pista di quei gusti mi sono poi imbattuto in Taste of India, che in qualche modo mi ha ripagato della perdita e che finora, dopo ripetute incursioni, non mi ha mai deluso.

Il Surya Mahal comunque la mia stima se l’era assolutamente meritata, inutile negarlo. Ma non mi resta che lasciare ai posteri le parole che seguono.

Roma Trastevere, piazza Trilussa. Nel centro della fabbrica serale capitolina, tra cocci, Converse, Baffodoro66cc, rutti, baci e venditori di rose, basta salire dieci gradini per inoltrarsi in un piccolo mondo educato e sommesso. Alla destra della secentesca Fontana dell’Acqua Paola, infatti, il ristorante indiano Surya Mahal si presenta, soprattutto durante la bella stagione, come un delicato piccolo giardino in cui sedere separati dalla bolgia da siepi discrete. L’interno è in stile indiano, ma senza eccessi, tanto da risultare rilassante e piacevole, merito del melting pot dei titolari. Lei indiana educata in UK, lui diplomatico scozzese permeato d’oriente.
La carta dei vini propone classici italiani, sia bianchi che rossi, di buone cantine: sui bianchi si va dal classico pecorino laziale, fino ai friulani o agli altoatesini aromatici (che per questa loro peculiarità alcuni amano associare alla speziata cucina indiana, io personalmente preferisco vini più secchi). I prezzi non sono popolari, ma accettabili.
Menù: vasto. Ci sono tutti i classici della cucina “indo-europea”, cioè tutti quei piatti che siamo abituati a trovare nei ristoranti indiani di mezza europa.
Per coloro che si accostano per la prima volta a questa cucina o che vogliono un approccio “morbido” al mondo del Surya Mahal consiglio di iniziare con un menù degustazione, vegetariano o carnivoro.
45 euro in due per il primo, 55, per il secondo. Dedichiamoci a quest’ultimo

Kheema Samosa : Fagottini di pasta ripieni di carne. Chi ha letto il post su Gourmindia potrebbe ricordare l’ottimo giudizio sui loro delicatissimi samosa ripieni di pollo. Questi sono più piccoli e altrettanto buoni, ma farciti con manzo tritato.
Aloo Kofta – Polpettine di patate fritte, croccanti e leggere, verrebbe voglia di ordinarne una ventina.
Vegetable Bhaji – Polpettina di verdure, sempre fritta, degna conclusione di questo trittico interessante.

Come accompagnamento i classici Papadoms, il pane sottilissimo e croccante che ricorda molto la carta da musica sarda, cui è difficile rinunciare, specialmente se intinto nella salsa allo yogurt e menta.
A seguire il gusto eccitante del Murgh Makhanwala, pollo a tocchetti immerso in una salsa alle spezie, il sapore deciso del Palak Gosht (agnello), accompagnati da riso, ottime melanzane piccanti (ma la ricetta originale sarà così o è un velato “omaggio” all’italicissima caponata?) e l’immancabile Naan il soffice pane indiano che scompiglia le più basilari regole del galateo occidentale e ti costringe a pericolose immersioni che immancabilmente riducono la tovaglia a una riproduzione in scala del campo di battaglia di Lipsia.

Come se ce ne fosse necessità piombano sul desco piccoli dolci di carote e riso. Buoni ma, opinione personale, assolutamente stucchevoli.

Evito sempre i vari liquori al cardamomo etc, li trovo artefatti totalmente inconciliabili al nostro concetto di “digestivo”.

40 euro a testa e poco da ridire, vista la qualità del servizio e la posizione, che è giù un plus notevole.
Un consiglio: se alloggiate in centro cercate di andarci a piedi, sicuramente vi aiuterà al ritorno…

Surya Mahal

Via di Ponte Sisto, 67 – P.zza Trilussa, 50
00153, Roma
Tel. +39 06 5894554

Chiusura al lunedì

Qui non è Bollywood!? Ristorante Indiano Gourmindia, via Labicana Roma

21 Mag

Devo confessare una perversione: se mi trovo all’ingresso di un ristorante e sono colto da un fremito di eccitazione, devo entrare per forza. Significa che ormai quel locale mi possiede. Ma “Il Fremito” (si, anche l’articolo va virgolettato) non è totalmente positivo, è una commistione di attrazione e repulsione: il kitsch portato inconsapevolmente all’eccesso, fenicotteri rosa al neon, putti, cornucopie, capezzoli marmorei, arazzi, tappezzerie… Il fallimento degenerato del sogno americano, il tentativo di bello che si muta in grottesco, il brutto non voluto che vive di luce propria.
Roma, via Labicana. Al crepuscolo il Colosseo è lì, in fondo alla via, accasciato con vera indolenza romana, a ricordarti dove sei, nonostante di fronte al tuo naso un cartellone luminoso esploda di colori e reciti tossico: “GOURMINDIA RISTORANTE INDIANO”. Una freccia rossa, ipnotica,  punta verso un cortiletto; doveroso seguirla.
L’ingresso, tanto quanto il cortile, potrebbe ricordare i set di alcuni film sul disagio sociale nelle banlieu. Leggo il menù affisso in vetrina: il mio animale guida (che purtroppo ha la voce del topo del parma-reggio) mi intima “non farlo, non farlo, veh, sarai mica matto? Che poi domani ti alzi coi bruciori e magari prendi anche un virus intestinale! Pensa a tua nonna mentre fa la sfoglia, pensa ai brasati, ai cotechini fumanti, ai tortell…”
Incrocio lo sguardo del titolare, speranzoso ma fermo, dietro la vetrina, mezzogiorno di fuoco tandoori, guerra psicologica che mi trova immediatamente sconfitto.
Vengo fagocitato e non me ne accorgo nemmeno. Bollywood mi accoglie e circonda. Enormi spazi, stucchi, cartongesso, divinità crudeli e opulente: Lovecraft copula con Salgari e nessuno mi aveva detto nulla.
Ora se mi alzo e tiro una sedia contro una parete, il set crolla e vedo i macchinisti attoniti che si fumano una paglia.

Nessuno spazio per le indecisioni che già un’orda di famiglie indiane bercianti, prende d’assalto il ristorante.
Baffi, capelli olio cuore, sari variopinti, bambini rachitici ma ingombranti come caterpillar.
Samosa, Pakora, Cheese Nan, Murg Vindaloo, Pappadam, Murg Malai Tikka… “Presto” imploro la cameriera “si sbrighi cazzo, prima che l’Orda conquisti la cucina!”

Samosa: ottimi. All’interno dello scrigno di pasta, si celava non il classico ripieno trito di carne indefinita, ma tenero pollo a tocchetti con verdure.
Pakora: molto croccanti e dorati, segno di una frittura violenta ma sapiente (o fortuita) che non li ha comunque resi indigesti
Cheese Nan: graditissima sorpresa! Non una piadina col formaggino mio (Tandoor di Milano, poi facciamo i conti…), ma una focaccia calda lievemente aromatizzata al formaggio
Murg Vindaloo: molto carico. Pollo disossato, ben cotto a tocchetti immerso in salsa piccante Vindaloo. Non per tutti.
Murg Malai Tikka: tocchetti di pollo (si, ancora pollo) marinato nello yogurt e spezie, cotto nel forno di terracotta. Buono ma leggermente asciutto e stoppaccioso.
Gourmet Korma: verdure miste in salsa indefinibile. Bah, boh… Ricetta originale o tentativo di captatio benevolentiae nei confronti degli stomaci occidentali adusi all’insalata russa?

Tutto, ovviamente accompagnato da riso allo zafferano e innaffiato da italico pinot grigio.

45 euro in due che diventano 40, con tanto di ricevuta rilasciata su block notes.
“Accettate carte?” desta più preoccupazioni e sconcerto di “Mi presta sua moglie per stanotte?”. Il titolare, vero pappa del Punjab, mi accarezza la spalla e dice “Se non ha soldi, paga poi, tanto qui tutti amici”.
Sono corso a cercare un bancomat.  Non vedo l’ora di ritornarci.

www.gourmindiaroma.com

Kowloon? No, viale Padova. Anatre laccate e piedini di maiale: Wang Jiau – The Corner, Milano

16 Mag

Premetto che non ho alcuna intenzione di affrontare i pregiudizi sulla cucina cinese. Troppa fatica e troppi luoghi comuni. Mi permetto però di consigliare un ristorante che potrebbe contribuire a convertire gli scettici in estimatori di quella che è (tremate, miei nazionalisti gastrici!) la cucina più diffusa del mondo.
Milano, piazzale Loreto. Sopravvivete al gorgo automobilistico e buttatevi in viale Padova: qui, nella via più multiculturale della città, dove convivono (male? bene? Bah) maghrebini, cinesi, ispanici ma si dice anche hobbit e  klingon, sorge, timido e discreto, The Corner, unico, al momento, alfiere dello street food di Hong Kong.
Qualcuno degli insopportabili designer che ci vanno per cena potrebbe definirlo “cheap and cozy”, io, pur concordando, la definirei una bettola dagli occhi a mandorla: pareti bianche e nude, portabottiglie costruito con i foratini, un vecchio wok usato come lavandino, cassette di legno per sedersi. Aperto 7 su 7, alle 19.00 è frequentato quasi esclusivamente da cinesi e asiatici vari, mentre dalle 20.30 la clientela si italianizza (ma non è detto che sia per forza un bene).

Preparatevi al fatto che qui le ricette sono realmente cinesi, quindi, grazieaiddio, non troverete il riso “alla cantonese” con piselli e cubetti di prosciutto, ne gli involtini primavera fritti e che il concetto di antipasto, primo etc non viene rispettato: le portate arrivano in ordine sparso ed è sempre conveniente condividerle con i commensali, in modo da assaggiare più piatti e massacrare la tovaglia come vuole la tradizione.
Solitamente io e i miei compari esordiamo con una gragnuola di ravioli grigliati poi si parte all’attacco delle vere specialità del loco: anatra alla pechinese (veramente eccezionale), piedini di maiale dalla cotenna caramellata, wok di verdure piccanti (molto, molto piccanti) con ali di pollo, poi zuppa di zampe di gallina, spaghetti, maiale con cipolle…
Una vera orgia sensoriale. Non lasciatevi ingannare, voi ignavi schizzinosi, da nomi poco attraenti e gettatevi sulle ricette più hard core: i calamari alla griglia ve li potete cucinare a casa, il piedino di maiale caramellato no!

Sarebbe assolutamente presuntuoso lanciarsi in commenti troppo dettagliati sulle pietanze, dal momento che ho ben pochi termini di paragone, ma vi lascio con una preghiera e due informazioni utili.

Conto: non è economico come il classico take away che avete sotto casa, ma non è costoso. Con 25 euro si cena ottimamente e si esce satolli

Vi prego e scongiuro: andateci una volta e poi non tornateci mai più. Quando mi siedo e sono circondato solo da sosia di bruce lee mi sento in vacanza per un’ora. Cento metri dopo c’è Ju Bin, andate lì che vi portano anche le nuvole di drago e ci sono i tavoli con gli acquari.

Forchette? Portatele da casa, se vi servono…

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