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Roma: piazzale tiburtino. La Taverna de Pasquino

14 Ott

La Taverna de Pasquino a piazzale tiburtino sorge pochi metri al di là dell’antico pomerium: dai suoi tavoli si vede quel tratto di mura aureliane da cui parte la tiburtina. Sempre dritto e arrivi a Tivoli, nel frattempo il quartiere San Lorenzo, le sue mille osterie, pizze al taglio (alla pala, se dice da ste parti), peroni da 66 e hipster, punkabbestia, cani e sudore.

La Taverna de Pasquino è un piccolo deja vu: 100 anni fa era già un’osteria per carrettieri, una taverna appunto. Vino alla mescita dei castelli, pajata, gricia allo stile dei pastori abruzzesi. Poi la guerra e il seminterrato trasformato in rifugio antiaereo, il famoso bombardamento di San Lorenzo, gli americani e tutta la storia della Roma contemporanea che scorre tra un bicchiere di vino, nannarella, una matriciana e un mortacci tua. Odore di Pasolini, Thomas Milian e di pasquinate cortesi: scompare la tovaglia a scacchi arrivano runner in tessuto e bicchieri gioiosamente spaiati.

Nuova gestione da pochi mesi. Via la robaccia da turisti, si torna alla pasta tirata a mano, alle coratelle e si, anche alla pizza, ma buona.  Arrosticini d’agnello belli croccanti, rigorosamente venduti a mazzi da 10, bruschette con le regalìe (interiora), crema di peperoni. Pasta di farro (“se la ponno magnà pure i celiachi”) alla matriciana o con il ragù di cinghiale: buona, soda, grezza e porosa. Invita alla calma, alla degustazione, a un altro bicchiere di rosso con gli amici.

Caraffe, botti, pietra grezza: l’orgoglio del giovane titolare “proponiamo la classica cucina romana ma rivisitata”. Lasciamo le rivisitazioni a piazza Navona e alle “genialità” trasteverine e teniamoci stretta la carbonara “de na vorta”. 25 euro a testa circa, grande soddisfazione. E preghiamo sia immune dalla corruzione che colpisce i tanti, troppi, emuli della Sora Lella.

Piazzale Tiburtino, 17/18
00185 Roma
Quartiere: Termini

tel: 06 4461496

 

 

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L’abbacchio e la Madùnina: Osteria Romana “Volemose Bene”, Milano.

17 Giu

Ricordate il B52 de “Il dott. Stranamore”? Bene, un’Osteria Romana nel cuore di Brera avrebbe potuto racchiudere potenzialità distruttive analoghe ma molto meno ironiche: il pressapochismo omicida della cucina scannagiappi  unito alle pretese formali e alla costosa antipatia meneghina.
Era da un po’ che passando tutti i giorni davanti all’osteria romana Volemose Bene di via della Moscova (di apertura talmente recente che il sito web non è ancora nemmeno on line www.volemosebenemilano.it), notavo che la repulsione si andava lentamente trasformando in curiosa attrazione, specialmente dopo aver sbirciato il menù e sentito barrire grida trasteverine dall’interno. “Perlomeno non sono di Agrate ma veramente romani…” pensai, così una sera che avevo come ospiti ben due amici capitolini decisi, per loro somma gioia, di portarli lì, roba che se mi fanno la stessa cosa e mi portano in un ristorante emiliano a Roma faccio scomparire i loro corpi nel Tevere, ma andiamo avanti.
Gli interni sono piacevolmente e volutamente terribili: un gustoso kitsch che rievoca situazioni rustiche romanesche: damigiane impagliate, fiaschi, sediacce in legno e anche un pergolato in coppi che dalla cucina porta in sala, a mimare una situazione bucolica a due passi dall’Hollywood e dal tamarrume di corso Como.
Molto divertente.

La carta propone i grandi classici (purtroppo spesso divenuti luoghi comuni) della cucina romana:

Carciofi alla giudia (fritti): eccellenti. Anche se ormai fuori stagione (e il gentilissimo titolare non manca di farlo notare) e quindi più piccoli della norma, sono deliziosi: croccanti e leggeri, serviti con patate, sempre fritte, tagliate a sfoglie, inviterebbero a farne strage.

Parmigiana di melanzane: un piatto che adoro ma che mangio quasi esclusivamente a casa, inutile spiegare il perché. La cosa che mi colpisce, positivamente, del piatto ancor prima di assaggiarlo è il non vedere fette di melanzane scomposte e grondati i vari succhi di troppo abbondanti mozzarelle (spesso balorde) e pomodoretti lanciati a caso in un’ordalia del falso salutismo.
Melanzane tagliate a fette sottilissime e pazientemente alternate alla passata di pomodoro, ad abbondante parmigiano, e a qualche fettina di mozzarella e scamorza (quest’ultima per me anche no, ma ci stava): molto bene.
Tonnarelli cacio e pepe: ultimo baluardo, tra i primi piatti, dell’orgoglio romano. Matriciana e carbonara da anni sono state imbustate, ibernate e ti guardano tristi dalle vetrine dell’ipercoop. Le linguine Alfredo e le sue variazioni indecorose lasciamole oltreoceano dov’erano fuggite. Rimane il cacio&pepe (si vabbeh, pure la gricia, ma ne parliamo un’altra volta): tonnarelli, pepe e pecorino. Il segreto (ma dai!?): le tempistiche.
Qui da Volemosebene erano molto buoni, ma, purtroppo, si erano leggermente asciugati. E’ un piatto delicatissimo, in cui l’amido dell’acqua di cottura si mescola al pecorino creando un’alchimia fragilissima e fugace: comprendo quindi che si possa aver perso quell’attimo di troppo nel servirli e si sia persa un po’ di quella cremosità che li rende unici. Torneremo e riproveremo.

Abbacchio al forno con patate: tenero, abbondante, gustoso. Inutile dilungarsi. Da provare.

Cantina ben fornita, vi sono rappresentati i maggiori successi italiani e non solo.
Prezzi: 30\35 euro per uscire satolli e di buon umore sono un prezzo più che giusto.

www.facebook.com/VolemoseBene

Via della Moscova 25, Milano
338.4713178 – 3477373777 – 0236559618
Chiuso alla domenica

L’ex anima Hindi di Trastevere: Roma, ristorante indiano Surya Mahal

29 Mag

E’ piacevole sapere che esistono sicurezze nelle eccezioni. Ognuno di noi è legato a luoghi, tra cui ristoranti, cui concede la propria fiducia e dove sa di potersi fidare incondizionatamente anche consigliando questi luoghi a conoscenti e persone care.
Dopo anni di assidua e piacevole frequentazione avevo aggiunto al novero dei miei evergreen anche il Surya Mahal di Roma. Un epocale cambiamento dei tempi per un tradizionalista incallito come me: una piccola roccaforte tandoori si era fatta spazio nel mio cuore emiliano, il pollo vindaloo aveva preso timidamente spazio al fianco dei tortelli d’erbetta, le mariole, i vescovi, gli stracotti con polenta e sua maestà il Culatello.

Purtroppo però la roccaforte è crollata. Il Surya Mahal non esiste più e sulle sue ceneri è sorto Sotto Sopra, focacceria e cucina che sfrutta al massimo i bellissimi spazi su due piani del fu tempio della cucina indiana a Roma.

Sulla pista di quei gusti mi sono poi imbattuto in Taste of India, che in qualche modo mi ha ripagato della perdita e che finora, dopo ripetute incursioni, non mi ha mai deluso.

Il Surya Mahal comunque la mia stima se l’era assolutamente meritata, inutile negarlo. Ma non mi resta che lasciare ai posteri le parole che seguono.

Roma Trastevere, piazza Trilussa. Nel centro della fabbrica serale capitolina, tra cocci, Converse, Baffodoro66cc, rutti, baci e venditori di rose, basta salire dieci gradini per inoltrarsi in un piccolo mondo educato e sommesso. Alla destra della secentesca Fontana dell’Acqua Paola, infatti, il ristorante indiano Surya Mahal si presenta, soprattutto durante la bella stagione, come un delicato piccolo giardino in cui sedere separati dalla bolgia da siepi discrete. L’interno è in stile indiano, ma senza eccessi, tanto da risultare rilassante e piacevole, merito del melting pot dei titolari. Lei indiana educata in UK, lui diplomatico scozzese permeato d’oriente.
La carta dei vini propone classici italiani, sia bianchi che rossi, di buone cantine: sui bianchi si va dal classico pecorino laziale, fino ai friulani o agli altoatesini aromatici (che per questa loro peculiarità alcuni amano associare alla speziata cucina indiana, io personalmente preferisco vini più secchi). I prezzi non sono popolari, ma accettabili.
Menù: vasto. Ci sono tutti i classici della cucina “indo-europea”, cioè tutti quei piatti che siamo abituati a trovare nei ristoranti indiani di mezza europa.
Per coloro che si accostano per la prima volta a questa cucina o che vogliono un approccio “morbido” al mondo del Surya Mahal consiglio di iniziare con un menù degustazione, vegetariano o carnivoro.
45 euro in due per il primo, 55, per il secondo. Dedichiamoci a quest’ultimo

Kheema Samosa : Fagottini di pasta ripieni di carne. Chi ha letto il post su Gourmindia potrebbe ricordare l’ottimo giudizio sui loro delicatissimi samosa ripieni di pollo. Questi sono più piccoli e altrettanto buoni, ma farciti con manzo tritato.
Aloo Kofta – Polpettine di patate fritte, croccanti e leggere, verrebbe voglia di ordinarne una ventina.
Vegetable Bhaji – Polpettina di verdure, sempre fritta, degna conclusione di questo trittico interessante.

Come accompagnamento i classici Papadoms, il pane sottilissimo e croccante che ricorda molto la carta da musica sarda, cui è difficile rinunciare, specialmente se intinto nella salsa allo yogurt e menta.
A seguire il gusto eccitante del Murgh Makhanwala, pollo a tocchetti immerso in una salsa alle spezie, il sapore deciso del Palak Gosht (agnello), accompagnati da riso, ottime melanzane piccanti (ma la ricetta originale sarà così o è un velato “omaggio” all’italicissima caponata?) e l’immancabile Naan il soffice pane indiano che scompiglia le più basilari regole del galateo occidentale e ti costringe a pericolose immersioni che immancabilmente riducono la tovaglia a una riproduzione in scala del campo di battaglia di Lipsia.

Come se ce ne fosse necessità piombano sul desco piccoli dolci di carote e riso. Buoni ma, opinione personale, assolutamente stucchevoli.

Evito sempre i vari liquori al cardamomo etc, li trovo artefatti totalmente inconciliabili al nostro concetto di “digestivo”.

40 euro a testa e poco da ridire, vista la qualità del servizio e la posizione, che è giù un plus notevole.
Un consiglio: se alloggiate in centro cercate di andarci a piedi, sicuramente vi aiuterà al ritorno…

Surya Mahal

Via di Ponte Sisto, 67 – P.zza Trilussa, 50
00153, Roma
Tel. +39 06 5894554

Chiusura al lunedì

Gli spaghetti al tonno di Albertone e il bollito alla Picchiapo’ di Manfredi: Roma, Trattoria Dar Maghetto

27 Mag

Dal Vangelo secondo Er Maghetto: “Giovinotti buongiorno: spaghetti alla matriciana o carbonara, bombolotti alla gricia, pappardella ar fungo porcino, arrosto de vitella che è ‘na crema, bollito alla picchiapò…”

Bollito alla picchiapò. Un sogno erotico inespresso che mi perseguitava dall’adolescenza. Gassman (nato Gassmann), Manfredi e Stefania Sandrelli in “C’eravamo tanto amati” che mangiano il bollito alla picchiapò dal Re della Mezza con l’appetito del dopoguerra e l’espressione già propria del boom economico.
Una delle più antiche ricette romanesche, una delle più veraci, una delle più irraggiungibili.
Non perché sia un piatto particolarmente complesso ne costoso: muscolo di manzo bollito per 3 ore, poi si passa in casseruola per circa un’oretta con un sugo bello tirato di pelati, cipolla steccata con  chiodi di garofano, pepe, mentuccia, maggiorana… Insomma una questione lunga, una dimostrazione d’amore. Che quando lo mangi la moglie del Mago ogni tanto sbircia dalla cucina strofinandosi le mani sul grembiule per scorgere un espressione d’assenso.
La Trattoria Dar Maghetto è nel cuore di San Lorenzo, via dei Reti 18: “Vini finissimi, cucina ottima”.
Scolpito sul marmo, all’ingresso. Zona di marmisti, del resto, il cimitero del Verano e suoi cipressi scuri sono a poche decine di metri.
Sulla questione vini ci sarebbe alquanto da discutere, ma sul cibo diamo al Mago ciò che è del Mago: Sordi veniva qui e chiedeva dei banalissimi spaghetti tonno e pomodoro fresco, Clorinne Clery ci veniva a mangiare il baccalà (fonte La Repubblica 05 giugno 1999), Franco Nero, purtroppo, continua a frequentarlo (fonte il sottoscritto, l’altro ieri).

Spaghetti alla matriciana: chiedi pasta corta e già il Mago (un incrocio tra Bilbo Baggins e Ferruccio Amendola) inizia a spazientirsi “Ma scusa, pija gli spaghetti fijo mio, scusa ma ‘a matriciana va ‘ntorcinata enno, eccheccazzo, scusa…!?”.
La matriciana. Carica, feroce: il sugo è denso, corposo, abbonda il guanciale croccante come pure il pecorino che sposa la pasta cotta alla perfezione.
Un piatto che sarebbe già un pranzo sostanzioso, ma ormai siamo qui e il nome Picchiapo’ echeggia non solo nelle mie corruttibili orecchie…
Il bollito è uno spettacolo: la tenerezza del manzo si armonizza ai pelati stracotti con la cipolla e abbondantemente pepati.  Inutile tentare di descrivere con poche parole ciò che viene proposto dopo decenni di esperienza.
Vino: rosso e cattivissimo. In alternativa bianco e pessimo.

20 o 22 euro a seconda dell’umore der Mago.
Se siete bevitori seriali, e in questo caso incoscienti (in tre commensali arditi del bicchiere non siamo riusciti, con impegno, a oltrepassare il litro di rosso…) potreste arrivare sui 25.
Prenotazione facoltativa, al venerdì baccalà. Concludo con una delle poesie del Mago:

Dar Maghetto ‘n via dei Reti
magni e bevi a tutte l’ore
co na spesa ar quanto poca
magni e bevi da signore
se te trovi senza grana
magni pe na settimana
ma se ‘n cacci a cagnotta
se ‘n gran fio de na mignotta

Pax Vobiscum…

Tra il Marchese del Grillo e Thomas Milian: Roma, Osteria della Suburra da Silvio

23 Mag

Tra il centro di Roma e il delta del Mekong nel ’69, parlando di ristoranti, ci sono ben poche differenze: alla sera, dietro ogni angolo, nascosto nell’oscurità, potrebbe esserci un cameriere con un menù plastificato in 4 lingue pronto a fotterti. Almeno i vietcong ti finivano con un colpo solo però…
A Monti, pochissimi passi dalle fauci della fermata metro Cavour, la storica Osteria della Suburra, da Silvio, si presenta come un quesito insolubile.
Menù bilingue (romanesco – inglese) chilometrico, con ben 22 primi in batteria. Camerieri con divisa classica pantalone nero camicia bianca (con medaglie, ovviamente) farfallino nero evvai. Tavolata d’antipasti misti che più classici non si può: verdure grigliate gratinate sottolii mozzarelline prosciutto  coppiette carciofi! La clientela è un miracolo che i sociologi dovrebbero studiare a fondo: si passa dalle tavolate di studenti, alle coppie, alle comitive di anziane americane col marsupio e i capelli metallizzati, fino agli ultras della lazio con aquile e fasci dipinte sui bicipiti. E tutti convivono pacificamente (tranne quando le “grannies” alzano la voce e gli ultras se ne vanno infastiditi e turbati)

L’arredamento è un classico cinematografico degli anni ‘60\’70. Da un momento all’altro ti aspetti che Bombolo esca dalla cucina e rovesci un piatto di carbonara sul riporto di qualche turista, oppure che Alvaro Vitali sgambetti un cameriere per poi produrre una delle sue epiche pernacchie spastiche.

Il vino della casa è “na roba brutta”. Bianco o rosso si rischia, oltre il quarto bicchiere, la cecità temporanea.

Quindi vi chiederete: “ma di che ostrega stai vaneggiando?”

Che vi devo dire: se vi trovate in zona e sapete scegliere i piatti giusti mangerete bene e spenderete sui 25 euro.
Se rimanete sulla classica gricia, o sulla matriciana o ancor meglio sulle ottime pappardelle (rigorosamente fatte in casa) broccoli e guanciale, per poi proseguire con un pollo alla romana o una coratella d’abbacchio o un abbacchio alla cacciatora, magari con due carciofi affianco, non avrete nulla da recriminare.
Se siete degli stolti temerari e avete intenzione di osare, potete lanciarvi sui tortellini cremolati o su qualche altra fantasia dello chef: io non l’ho mai fatto, ma una sera, osservando il volto cianotico di un koreano a fine pasto, mi convinsi di essere nel giusto.
L’osteria della suburra è un luogo gastronomico autoreferenziale, sempre uguale a se stesso (e per molti versi è un bene), in grado di soddisfare le pretese del turista in cerca di tipicità romanesche, sia di chi non abbia voglia di uscire dal centro per una cena discreta e non dispendiosa. Dimenticatevi estri culinari o “reinterpretazioni della cucina tradizionale dalle contaminazioni fusion”: avrebbero richiesto nuovi interni, un nuovo chef, camerieri alfabetizzati e un esorbitante aumento dei prezzi. Magari per mangiare peggio.
Qui ti siedi e attendi pacifico il tuo carnefice: “Buonasera dotto’, che je porto un bell’antipastino co’ du’ fettine de presciutto un carciofino e du’ coppiette? Poi de primo oggi c’avemo…”
Ah è gradita la prenotazione e, ovviamente, giovedì gnocchi.

www.osteriadellasuburra.com

Qui non è Bollywood!? Ristorante Indiano Gourmindia, via Labicana Roma

21 Mag

Devo confessare una perversione: se mi trovo all’ingresso di un ristorante e sono colto da un fremito di eccitazione, devo entrare per forza. Significa che ormai quel locale mi possiede. Ma “Il Fremito” (si, anche l’articolo va virgolettato) non è totalmente positivo, è una commistione di attrazione e repulsione: il kitsch portato inconsapevolmente all’eccesso, fenicotteri rosa al neon, putti, cornucopie, capezzoli marmorei, arazzi, tappezzerie… Il fallimento degenerato del sogno americano, il tentativo di bello che si muta in grottesco, il brutto non voluto che vive di luce propria.
Roma, via Labicana. Al crepuscolo il Colosseo è lì, in fondo alla via, accasciato con vera indolenza romana, a ricordarti dove sei, nonostante di fronte al tuo naso un cartellone luminoso esploda di colori e reciti tossico: “GOURMINDIA RISTORANTE INDIANO”. Una freccia rossa, ipnotica,  punta verso un cortiletto; doveroso seguirla.
L’ingresso, tanto quanto il cortile, potrebbe ricordare i set di alcuni film sul disagio sociale nelle banlieu. Leggo il menù affisso in vetrina: il mio animale guida (che purtroppo ha la voce del topo del parma-reggio) mi intima “non farlo, non farlo, veh, sarai mica matto? Che poi domani ti alzi coi bruciori e magari prendi anche un virus intestinale! Pensa a tua nonna mentre fa la sfoglia, pensa ai brasati, ai cotechini fumanti, ai tortell…”
Incrocio lo sguardo del titolare, speranzoso ma fermo, dietro la vetrina, mezzogiorno di fuoco tandoori, guerra psicologica che mi trova immediatamente sconfitto.
Vengo fagocitato e non me ne accorgo nemmeno. Bollywood mi accoglie e circonda. Enormi spazi, stucchi, cartongesso, divinità crudeli e opulente: Lovecraft copula con Salgari e nessuno mi aveva detto nulla.
Ora se mi alzo e tiro una sedia contro una parete, il set crolla e vedo i macchinisti attoniti che si fumano una paglia.

Nessuno spazio per le indecisioni che già un’orda di famiglie indiane bercianti, prende d’assalto il ristorante.
Baffi, capelli olio cuore, sari variopinti, bambini rachitici ma ingombranti come caterpillar.
Samosa, Pakora, Cheese Nan, Murg Vindaloo, Pappadam, Murg Malai Tikka… “Presto” imploro la cameriera “si sbrighi cazzo, prima che l’Orda conquisti la cucina!”

Samosa: ottimi. All’interno dello scrigno di pasta, si celava non il classico ripieno trito di carne indefinita, ma tenero pollo a tocchetti con verdure.
Pakora: molto croccanti e dorati, segno di una frittura violenta ma sapiente (o fortuita) che non li ha comunque resi indigesti
Cheese Nan: graditissima sorpresa! Non una piadina col formaggino mio (Tandoor di Milano, poi facciamo i conti…), ma una focaccia calda lievemente aromatizzata al formaggio
Murg Vindaloo: molto carico. Pollo disossato, ben cotto a tocchetti immerso in salsa piccante Vindaloo. Non per tutti.
Murg Malai Tikka: tocchetti di pollo (si, ancora pollo) marinato nello yogurt e spezie, cotto nel forno di terracotta. Buono ma leggermente asciutto e stoppaccioso.
Gourmet Korma: verdure miste in salsa indefinibile. Bah, boh… Ricetta originale o tentativo di captatio benevolentiae nei confronti degli stomaci occidentali adusi all’insalata russa?

Tutto, ovviamente accompagnato da riso allo zafferano e innaffiato da italico pinot grigio.

45 euro in due che diventano 40, con tanto di ricevuta rilasciata su block notes.
“Accettate carte?” desta più preoccupazioni e sconcerto di “Mi presta sua moglie per stanotte?”. Il titolare, vero pappa del Punjab, mi accarezza la spalla e dice “Se non ha soldi, paga poi, tanto qui tutti amici”.
Sono corso a cercare un bancomat.  Non vedo l’ora di ritornarci.

www.gourmindiaroma.com

Fish and CHEAP! Roma, “Da Franco ar vicoletto”

20 Mag

Da anni ormai sorrido amaramente alle fatidiche storie di amici e conoscenti che millantano epiche gozzoviglie ittiche a prezzi da fast food.
Ti fissano con occhi sbarrati e annuendo con la furia del fanatico spergiurano “Vacci! Vacci! Si mangia il pesce da paura e abbiamo speso 20 euro a testa!”.
Leggende. Miti che proliferavano e si autoalimentavano passando di bocca in bocca: Gallipoli, Porec e Umag, il ristorante siciliano in Porta Romana a Milano, certe sordide pizzerie sconosciute in zone industriali del reggiano. Vacci vacci! Andai e fui sconfitto. Sempre o quasi sempre, tanto da iniziare a dubitare umanamente di quei terroristi gastronomici e a immaginarmeli mentre taroccavano il contachilometri della macchina usata o a rubare dalla cassetta per le offerte ai sordomuti.
Poi, l’epifania, la rivelazione che mi ha portato umilmente (o quasi) a riammettere nel novero degli esseri umani tanti di coloro che avevo etichettato come mentitori seriali.
Roma, quartiere San Lorenzo. O lo ami o lo odi e non mi metto certo a disquisire sul perché, dal momento che questo non è un blog sulle politiche sociali o sul valore artistico dei graffiti. A me piace, tanto non ci vivo.

Salgo timido i tre gradini, pronto a porgere le chiappe all’altare della truffa, da Franco ar Vicoletto, in via dei Falisci, a poche centinaia di metri da Termini.
Locale ai limiti del comprensibile, il sogno di ogni interior designer dinamitardo; epoche su epoche di arredamenti e oggetti dagli stili inconciliabili che si accumulano sotto le altissime volte a crociera intonacate di quello che poteva, forse essere un tempo un magazzino. Nature morte con pesci morti e frutta moribonda, fiaschi di vino, fascine di fieno, tendaggi pesanti giallorossi con fondo di nappine zafferano, sedie di vimini, tavoli di acciaio. Tutto insieme, ad amplificare il tintinnio dei bicchieri, il clamore della plebe e le urla veloci del melting pot dei camerieri in sala: maitre irlandese, cameriera 1 caraibica, cameriere 2 maghrebino,  personale in cucina sconosciuto.

Ma ora basta.

Vino: fetido, non andate oltre la mezza bottiglia a testa, nuoce gravemente alla salute.

Cibo: benissimo.
Menù alla carta (only for loosers)

Menù fissi: 4 tipologie, 4 prezzi

19 euro: tre antipasti, tre primi, vino, dessert caffè
23,50 euro: come sopra più un secondo
24 euro: come sopra più due secondi
28,50 euro: viste le carriolate di pesce che ti arrivano coi primi 3 menù non ho mai osato approfondire.

In ognuno dei suddetti vengono, più o meno proposte sempre queste pietanze:

Antipasti:
Soutè ESPRESSO: cozze vongole fasolari e cannolicchi con tanto di residui sabbiosi (che si dice siano segno di freschezza, no?)
Alici fritte: buone, croccanti e piuttosto leggere
Moscardini fritti: come sopra, croccanti e teneri (e il moscardino, si sa, è bastardo…)

Primi:

Lasagne di mare: interessanti, c’è di meglio, ma la pasta era bella ruvida e tratteneva piuttosto bene un sugo non povero
Fettuccine ai frutti di mare: più scontate ma forse migliori delle lasagne.
Pasta e fagioli con cozze e vongole: piatto forte. Da provare. “Casareccio”, direbbe qualcuno, sicuramente solido, saporito ma non eccessivo.

Secondi:
Rombo al forno con patate. Presuntuoso: sarebbe stato ottimo ma l’hanno caricato di olio, aglio e anche peperoncino tanto da renderlo poco riconoscibile e purtroppo poco digeribile.
Grigliata: abbondante classico che non delude ma che veramente viene proposta al momento del crepuscolo gastrico dei commensali, quando ormai anche l’ultimo dei gladiatori rantolante si accascia allo schienale.

Come avrete già letto i prezzi sono assolutamente competitivi con quelli di qualsiasi pizzeria.
Eviterei di andare al sabato e ricordatevi non solo di prenotare ma anche che da Franco (locale con antiche pretese per una clientela senza pretese) non si va per passare una serata, ma per mangiare duro, se cogliete la differenza…

Carciofi a Trastevere: questa sera si recita a soggetto

1 Mag

Tre anni fa avevo detto a me stesso (devo ammettere in avanzato stato di decomposizione alcolica) “giammai rimetterò piede in quel ristorante!” (e devo altresì ammettere che forse le parole esatte furono di tenore più triviale…)

Comunque: un estate di alcuni anni fa interruppi bruscamente la lunga relazione che avevo instaurato con il Piccolo Grande Chef (nome ributtante, ne convengo) di Trastevere (verso la stazione), con il suo gestore Nicola e il suo prosaico caposala Camillo. La causa? Una sospetta “sola”: menù “non vi preoccupate faccio io” e un bel conto da 50 euro a testa. Così avevo detto addio ai loro magnifici carciofi e all’abbacchio esaltante, alla veranda col pergolato e al vino fetido, si, ma comunque simpatico.

Ieri il ripensamento. Di fronte al menù della “Trattoria da Teo” di piazza dei Ponziani, che proponeva spaghetti all’astice e lasagne, con tanto di traduzione in giapponese, ho esclamato: “Peste mi colga se commetterò quest’abominio!”.

Gira che ti rigira (Asinocotto chiuso, da Enzo file chilometriche, da Agustarello andateci voi che a me fa schifo…) ripongo l’orgoglio del mio più recondito orifizio e prenoto dal Piccolo Grande Chef.

L’ambiente è stato fortunatamente ripulito da una temporanea gestione esterna che aveva rilevato il locale per un annetto con scarsa fortuna: dalle pareti sono scomparsi gran parte dei falcetti, gioghi, giare, pizzi, scene di caccia marsicane etc etc per lasciare spazio a un più dignitoso bianco intonaco.

Il cesso è stato trasformato in un bagno (e fa differenza), la veranda è stata notevolmente sgombrata, il Sor Camillo ha avuto un infarto e non serve più ai tavoli, ma comunque telefona ai vecchi clienti per mollare qualche battuta ed è anche riuscito a scrivere la sua autobiografia (sostiene di aver cucinato carciofi per tutti, Da Chinaglia all’Aga Khan, senza ovviamente dimenticare la Banda della Magliana)

E infine il boss, Nicola, che è un manuale vivente sul mestiere di Oste. Un commediante, un affabulatore di rara efficacia: tu credi di ordinare quello che vuoi, ma in realtà vieni guidato, sospinto, ispirato da Nicola. Vuoi un carciofo come antipasto? Ti ritrovi a mangiarne 3 accompagnati da prosciutto tagliato a mano e da dolci rimproveri “visto che so’ boni? Te l’avevo detto che uno nun te bastava…”. Oppure il primo, che ti arriva anche se non l’hai ordinato: gentile offerta o monito di stampo mafioso? Un po’ dell’uno e un po’ dell’altro perché il concetto che deve passare è monolitico: siete nelle mani di Nicola e ora dovete fidarvi senza protestare, pena l’impennarsi del conto, che quest’ultima volta è stato onesto, ma che, ovviamente comprendeva anche lo spettacolo.

Arriviamo finalmente al dunque? No, andateci ordinate carciofi, carbonara e coda alla vaccinara, bevete il vinaccio della casa e sono certo che non rimarrete delusi.

Cenare a Roma, Testaccio parte seconda: Piatto Romano Da Augusto

3 Apr

Proseguiamo il nostro excursus gastronomico all’interno del quartiere Testaccio di Roma, poi prometto che cambieremo argomento.

Come già accennato in un precedente post, Testaccio non è un quartiere come tutti gli altri (e ciò non ha necessariamente un’accezione positiva). Per chi come me conosce bene Roma ma non vi è cresciuto, Testaccio potrebbe suggerire somiglianze (e assonanze) con la parte sinistra di Trastevere (quella di via dei Genovesi e piazza dei Ponziani, per intenderci): viuzze, muri antichi, fascinosi e spaccati dall’umidità, osterie. Non è così: Trastevere è comunque la “rive gauche”, colonizzata dagli americani e dal popolo dello spritz e dell’aperitivo, anche nella sua parte meno assaltata. Testaccio unisce la popolanità del mercato rionale e dell’omonimo Roma Club alla puzza sotto il naso del radical chic che viene qui col vespino special e la giacca di velluto per “magna’ i bucatini come li faceva mi nonna”.

Comunque basta divagare e torniamo al cibo. Una sera ci troviamo lì, abbiamo fame ma di andare da Mastro Giorgio non ne avevamo voglia. Mangiare un tagliere all’Oasi della birra, manco per il ca… (di questo luogo ameno parlerò più avanti), Perilli troppo caro, la pizza non ci va… fin quando passiamo davanti a un posto nuovo: Piatto Romano – Da Augusto, in via Bodoni, proprio lì quasi sulla piazza.

Decidiamo di provarlo. Dividerò il giudizio in 4 distinte aree tematiche, in modo che non si condizionino troppo l’un l’altro.

Ambiente (partiamo da questo, perché è la prima cosa che balza all’occhio…): semplice, molto semplice anzi. Pareti gialline e spoglie, soffitti alti e a volta, tavoli in legno, tovaglie e stoviglie da trattoria. Tutto molto ordinato e parrebbe, altrettanto pulito. Certo, alcuni potrebbero storcere un po’ il naso su un particolare: il day after i vostri vestiti non vi restituiranno l’olezzo di viole o gelsomini, bensì il robusto ricordo d’un piatto d’abbacchio…

Servizio (perché prima di cenare si ordina, no?): molto gentile sia la titolare (?) che il cameriere. Rapidi, gentili, colloquiali. Niente da ridire.

Cucina (finalmente): la carta propone principalmente alcuni grandi classici della cucina romana, più qualche divagazione “mediterranea”, come le Alici Arraganate. Noi possiamo esprimere il nostro giudizio sulle seguenti pietanze:

Baccalà su letto di patate e cipolle: buono. Il baccalà era abbastanza delicato. Patate e cipolle erano ok, ma non ci vuole una scienza per cucinarle.

Alici Arraganate: assolutamente buone, ovviamente sono un piatto leggermente particolare, deve piacere sia il sapore delle alici che la marinatura

Polpettine di carne chianina: molto gustose. La scelta delle polpette è derivata dal fatto che sono un piatto antico, che non propone più nessuno perché troppo semplici e casalinghe. Sbagliando. Queste erano buone, morbide e succulente.

Abbacchio alla cacciatora: classico piatto adatto per stomaci di una volta. Molto buono, indubbiamente bene eseguito; porzione abbondante e un gusto che lascia assolutamente soddisfatti. Certo non aspettatevi un  piatto ipocalorico o facilissimo da digerire. Ma ne vale la pena.

Carciofi alla romana: buoni ma, anche qui, molto ricchi di olio e condimenti che li rendono tanto gustosi quanto pesantucci.

Conto: assolutamente adeguato. Poco meno di 30 euro a testa con una bottiglia di pinot grigio e due grappe. Per essere al centro di Roma e per la cucina proposta un prezzo assolutamente onesto.

Potete consigliarlo agli amici, nella speranza che, come purtroppo è accaduto a tanti altri locali, dopo un’apertura in stile promozionale (Piatto Romano esiste da luglio 2011) si sono progressivamente sputtanati, con una gradevole inversione del rapporto qualità\prezzo, ovviamente sempre più volta a privilegiare quest’ultimo. Andateci e speriamo rimanga così.

PS: Piatto Romano è anche una pizzeria. Ci hanno portato una focaccia bianca cotta nel forno a legna per accompagnare gli antipasto. Era molto buona. Ma sulle pizze non ci pronunciamo.

Piatto Romano

Via G. B. Bodoni, 62 – Testaccio, Roma

Tel. 06.64014447

www.piattoromano.com

Ristoranti a Roma, partiamo con Testaccio: La fraschetta di Mastro Giorgio

2 Apr

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Partiamo palla a terra, con un ristorante che difficilmente scontenterà qualcuno ma che, altrettanto difficilmente, vi lascerà esterrefatti. Siamo a Roma, quartiere Testaccio, ultimo baluardo della romanitas in centro, ma anche meta, da alcuni decenni, di intellettuali radical chic (antesignani Ferrara e D’agostino) e turisti. Alcuni di questi si “perdono” divagando da Trastevere o dalla Bocca della Verità, altri vengono consigliati da chi c’era già stato a “visitare questo tipico quartiere romano”.

Dietro la piazza dell’ex mercato, per chi viene dal Tevere, e a due passi da via Galvani troviamo via di Mastro Giorgio: qui si trova lo storico ristorante Da Felice, di fianco La Fraschetta di Mastro Giorgio. Stessa proprietà, filosofie un po’ diverse. Felice è un ristorante, Mastro Giorgio una Fraschetta. Che vuol dire? Mastro Giorgio cerca, con discreto successo, di infondere al cliente quella convivialità semplice delle fraschette dei colli: vino sfuso, antipasti tagliati al bancone stile gastronomia, tovagliette di carta, servizio colloquiale ma cortese.

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Detto ciò, in questo locale avete tre alternative di massima: 1 Stile fraschetta. Scelta low cost: scofanatevi un tagliere di ottimi salumi, formaggi e sottolii vari (serviti con delle buonissime focacce calde) annaffiando il tutto col vino della casa. Spenderete meno di 20 euro e sarete felici di questa merenda molto rinforzata. 2 Stile morte dell’autocontrollo. Prendete la scelta 1 e aggiungeteci un primo; carbonara (buona ma c’è di meglio), matriciana (molto buona, col sugo bello tirato e il guanciale croccante) o cacio e pepe (ottima). Morirete soddisfatti, gonfi ma col portafogli non troppo provato. 25 euro e potete andare a dormire. 3 Stile ristorante ossia me ne frego di dove sono e mangio quel che mi pare. Ordinate quel che vi consiglia la dieta o il gusto per i piatti delicati e prendete una tagliata con la rucola o un galletto alla griglia.

Mangerete discretamente bene, spenderete non troppo (scusate la figura retorica), vi perderete lo spirito del posto e forse non vi sentirete di consigliarlo troppo agli amici. Noi la frequentiamo da 5 anni: andateci e prendetela per quel che è, una fraschetta “chic”, ma pur sempre una fraschetta. Se venite qui lasciatevi andare e mangiate senza troppe remore, le cene “punitive” o le divagazioni gastronomiche non fanno parte dell’arredamento.

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