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L’ex anima Hindi di Trastevere: Roma, ristorante indiano Surya Mahal

29 Mag

E’ piacevole sapere che esistono sicurezze nelle eccezioni. Ognuno di noi è legato a luoghi, tra cui ristoranti, cui concede la propria fiducia e dove sa di potersi fidare incondizionatamente anche consigliando questi luoghi a conoscenti e persone care.
Dopo anni di assidua e piacevole frequentazione avevo aggiunto al novero dei miei evergreen anche il Surya Mahal di Roma. Un epocale cambiamento dei tempi per un tradizionalista incallito come me: una piccola roccaforte tandoori si era fatta spazio nel mio cuore emiliano, il pollo vindaloo aveva preso timidamente spazio al fianco dei tortelli d’erbetta, le mariole, i vescovi, gli stracotti con polenta e sua maestà il Culatello.

Purtroppo però la roccaforte è crollata. Il Surya Mahal non esiste più e sulle sue ceneri è sorto Sotto Sopra, focacceria e cucina che sfrutta al massimo i bellissimi spazi su due piani del fu tempio della cucina indiana a Roma.

Sulla pista di quei gusti mi sono poi imbattuto in Taste of India, che in qualche modo mi ha ripagato della perdita e che finora, dopo ripetute incursioni, non mi ha mai deluso.

Il Surya Mahal comunque la mia stima se l’era assolutamente meritata, inutile negarlo. Ma non mi resta che lasciare ai posteri le parole che seguono.

Roma Trastevere, piazza Trilussa. Nel centro della fabbrica serale capitolina, tra cocci, Converse, Baffodoro66cc, rutti, baci e venditori di rose, basta salire dieci gradini per inoltrarsi in un piccolo mondo educato e sommesso. Alla destra della secentesca Fontana dell’Acqua Paola, infatti, il ristorante indiano Surya Mahal si presenta, soprattutto durante la bella stagione, come un delicato piccolo giardino in cui sedere separati dalla bolgia da siepi discrete. L’interno è in stile indiano, ma senza eccessi, tanto da risultare rilassante e piacevole, merito del melting pot dei titolari. Lei indiana educata in UK, lui diplomatico scozzese permeato d’oriente.
La carta dei vini propone classici italiani, sia bianchi che rossi, di buone cantine: sui bianchi si va dal classico pecorino laziale, fino ai friulani o agli altoatesini aromatici (che per questa loro peculiarità alcuni amano associare alla speziata cucina indiana, io personalmente preferisco vini più secchi). I prezzi non sono popolari, ma accettabili.
Menù: vasto. Ci sono tutti i classici della cucina “indo-europea”, cioè tutti quei piatti che siamo abituati a trovare nei ristoranti indiani di mezza europa.
Per coloro che si accostano per la prima volta a questa cucina o che vogliono un approccio “morbido” al mondo del Surya Mahal consiglio di iniziare con un menù degustazione, vegetariano o carnivoro.
45 euro in due per il primo, 55, per il secondo. Dedichiamoci a quest’ultimo

Kheema Samosa : Fagottini di pasta ripieni di carne. Chi ha letto il post su Gourmindia potrebbe ricordare l’ottimo giudizio sui loro delicatissimi samosa ripieni di pollo. Questi sono più piccoli e altrettanto buoni, ma farciti con manzo tritato.
Aloo Kofta – Polpettine di patate fritte, croccanti e leggere, verrebbe voglia di ordinarne una ventina.
Vegetable Bhaji – Polpettina di verdure, sempre fritta, degna conclusione di questo trittico interessante.

Come accompagnamento i classici Papadoms, il pane sottilissimo e croccante che ricorda molto la carta da musica sarda, cui è difficile rinunciare, specialmente se intinto nella salsa allo yogurt e menta.
A seguire il gusto eccitante del Murgh Makhanwala, pollo a tocchetti immerso in una salsa alle spezie, il sapore deciso del Palak Gosht (agnello), accompagnati da riso, ottime melanzane piccanti (ma la ricetta originale sarà così o è un velato “omaggio” all’italicissima caponata?) e l’immancabile Naan il soffice pane indiano che scompiglia le più basilari regole del galateo occidentale e ti costringe a pericolose immersioni che immancabilmente riducono la tovaglia a una riproduzione in scala del campo di battaglia di Lipsia.

Come se ce ne fosse necessità piombano sul desco piccoli dolci di carote e riso. Buoni ma, opinione personale, assolutamente stucchevoli.

Evito sempre i vari liquori al cardamomo etc, li trovo artefatti totalmente inconciliabili al nostro concetto di “digestivo”.

40 euro a testa e poco da ridire, vista la qualità del servizio e la posizione, che è giù un plus notevole.
Un consiglio: se alloggiate in centro cercate di andarci a piedi, sicuramente vi aiuterà al ritorno…

Surya Mahal

Via di Ponte Sisto, 67 – P.zza Trilussa, 50
00153, Roma
Tel. +39 06 5894554

Chiusura al lunedì

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Carciofi a Trastevere: questa sera si recita a soggetto

1 Mag

Tre anni fa avevo detto a me stesso (devo ammettere in avanzato stato di decomposizione alcolica) “giammai rimetterò piede in quel ristorante!” (e devo altresì ammettere che forse le parole esatte furono di tenore più triviale…)

Comunque: un estate di alcuni anni fa interruppi bruscamente la lunga relazione che avevo instaurato con il Piccolo Grande Chef (nome ributtante, ne convengo) di Trastevere (verso la stazione), con il suo gestore Nicola e il suo prosaico caposala Camillo. La causa? Una sospetta “sola”: menù “non vi preoccupate faccio io” e un bel conto da 50 euro a testa. Così avevo detto addio ai loro magnifici carciofi e all’abbacchio esaltante, alla veranda col pergolato e al vino fetido, si, ma comunque simpatico.

Ieri il ripensamento. Di fronte al menù della “Trattoria da Teo” di piazza dei Ponziani, che proponeva spaghetti all’astice e lasagne, con tanto di traduzione in giapponese, ho esclamato: “Peste mi colga se commetterò quest’abominio!”.

Gira che ti rigira (Asinocotto chiuso, da Enzo file chilometriche, da Agustarello andateci voi che a me fa schifo…) ripongo l’orgoglio del mio più recondito orifizio e prenoto dal Piccolo Grande Chef.

L’ambiente è stato fortunatamente ripulito da una temporanea gestione esterna che aveva rilevato il locale per un annetto con scarsa fortuna: dalle pareti sono scomparsi gran parte dei falcetti, gioghi, giare, pizzi, scene di caccia marsicane etc etc per lasciare spazio a un più dignitoso bianco intonaco.

Il cesso è stato trasformato in un bagno (e fa differenza), la veranda è stata notevolmente sgombrata, il Sor Camillo ha avuto un infarto e non serve più ai tavoli, ma comunque telefona ai vecchi clienti per mollare qualche battuta ed è anche riuscito a scrivere la sua autobiografia (sostiene di aver cucinato carciofi per tutti, Da Chinaglia all’Aga Khan, senza ovviamente dimenticare la Banda della Magliana)

E infine il boss, Nicola, che è un manuale vivente sul mestiere di Oste. Un commediante, un affabulatore di rara efficacia: tu credi di ordinare quello che vuoi, ma in realtà vieni guidato, sospinto, ispirato da Nicola. Vuoi un carciofo come antipasto? Ti ritrovi a mangiarne 3 accompagnati da prosciutto tagliato a mano e da dolci rimproveri “visto che so’ boni? Te l’avevo detto che uno nun te bastava…”. Oppure il primo, che ti arriva anche se non l’hai ordinato: gentile offerta o monito di stampo mafioso? Un po’ dell’uno e un po’ dell’altro perché il concetto che deve passare è monolitico: siete nelle mani di Nicola e ora dovete fidarvi senza protestare, pena l’impennarsi del conto, che quest’ultima volta è stato onesto, ma che, ovviamente comprendeva anche lo spettacolo.

Arriviamo finalmente al dunque? No, andateci ordinate carciofi, carbonara e coda alla vaccinara, bevete il vinaccio della casa e sono certo che non rimarrete delusi.

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